C’è uno storytelling alternativo a fare da diario in anni così controversi come quelli di una città che conta ancora le ferite del sisma. Un racconto fatto di musica (Nick Drake, Clash o Depeche Mode tra gli altri), amicizia, amore, rugby, programmi radiofonici. “Io non c’ero” è tutto questo, ma anche di più. Il libro d’esordio di Giuseppe Tomei si ascrive all’universo del suo autore, aquilano purosangue, scrittore e speaker alla radio. Domenica, alle 20, ci sarà la presentazione del volume in una cena evento all’Irish cafè dell’Aquila (via Mausonia per Pianola). Proprio quel giorno il libro è in uscita

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana.

È in programma giovedì 22 (ore 18) l’undicesimo incontro del Caffè Letterario al Bibliobus di piazza d’Arti in via Ficara. Si parlerà di Lithium 48, volume targato Aurora edizioni – casa editrice trentina indipendente – per la collana Pensieri nuovi. Si tratta del secondo libro a firma di Fabio Iuliano, giornalista e docente aquilano dopo New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz. Lithium 48 si gioca nell’arco di 48 ore: 48 ore di ricordi, incontri, vite incrociate, passioni e immagini. L’autore ci porta in un viaggio spazio

Nuovo singolo dei Pearl Jam divulgato attraverso il sito del fan club Ten Club, insieme alla promessa da parte della band statunitense di un nuovo album in arrivo, l’attesissimo seguito del lavoro targato 2013 e intitolato Lightning Bolt. Scritto da Eddie Vedder e Mike McCready, Can’t Deny Me è un attacco, neanche troppo velato, al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: “The higher, the farther, the faster you fly / You may be rich but you can’t deny me / Got nothing, got nothing but the will to survive / You can’t control and you can’t deny me” e ancora

“È un gran giorno per essere irlandesi”, scrivono gli U2 sulla loro pagina Facebook, pubblicando la foto di una pinta di Guinness, un cilindro nero e verde e, sullo sfondo, uno schermo sintonizzato sulla diretta del Torneo delle Sei Nazioni. Non è affatto scontato vincere il Grand Slam (riconoscimento che si ottiene battendo le altre cinque nazionali nell’arco di una singola edizione), proprio nel giorno di Saint Patrick’s e proprio al Twickenham, nel tempio del rugby inglese, casa dei rivali di sempre.

L’ultima storia raccolta nel libro fotografico “Le mani della città” non ha un nome né un volto. O meglio, il nome e il volto appartengono a tutti quegli operai le cui ossa fanno le spese di un contesto socio-economico legato alla ricostruzione in un momento in cui i grandi del mattone non si buttano più sull’Aquila perché i pagamenti arrivano tardi e c’è poco margine di guadagno. Non è più come nella fase emergenziale in cui hanno costruito le new town.  «Il subappalto per un General Contractor è fondamentale», si legge nell’ultima pagina del volume. Parte dalla base di acquisizione

Giuseppe proviene da una famiglia numerosa, sette fratelli e cinque sorelle. È nato a Secondigliano, un quartiere di Napoli a volte piuttosto “movimentato”. Un quartiere di cui si parla tanto, ci sono disoccupazione, un po’ di delinquenza «ma dove vai vai Napoli è un casino», sottolinea, «c’è la gente tranquilla e quella più vivace, lì ognuno sceglie la sua strada, chi va di qua e chi se ne va di là. La gente è povera, ma è ricca di cuore, perché il poco che ha lo divide sempre». Una vita di impegno e sacrifici la sua, senza mai scendere a

«Devo credere in tutti i libri, il Vangelo, la Bibbia, il Corano. Devo credere in tutto quello che è venuto prima del Profeta. Credo in Maria, e credo in Gesù. La religione è come una regola per la vita, qualcosa che ti aiuta a migliorare, è come il medico che ti toglie una sigaretta al giorno per farti smettere di fumare».  Le mani di Fawzy si muovono nervose quando parla di queste cose. Un punto di incontro tra il suo credo e il punto di vista cristiano – che poi è come guardare la stessa cascata, ma da due versanti

Il Benin è uno dei Paesi più poveri dell’Africa, poco conosciuto. Martin viene da lì e lavora nei cantieri della ricostruzione post-sisma. La sua storia è raccontata nel libro “Le mani della città” di Claudia Pajewski. Il libro è stato presentato nella sede del Gran Sasso Science Institute alla presenza, tra gli altri, dell’ex ministro Fabrizio Barca. «Non abbiamo la guerra», racconta Martin, «la politica funziona e si vota regolarmente per eleggere chi ci rappresenta, insomma si vive in pace e in allegria anche se c’è la sofferenza della povertà. Sono nato 41 anni fa in un piccolo villaggio che si chiama Adromè, i