Geolier e la festa dei 9mila a Collemaggio
26 Agosto 2026 Condividi

Geolier e la festa dei 9mila a Collemaggio

Pacchi di sciarpe, accento campano e ragazzi già seduti lungo viale Collemaggio. Quando il concerto di Geolier è ancora lontano di parecchie ore, la giornata ha già trovato il suo centro. A ridosso del varco alcuni addetti arrivati dalla Campania discutono su come smistare la merce tra i punti vendita. «I p’ me, tu p’ te», sembrano quasi da dire, mentre le sciarpe prendono strade diverse e i primi fan aspettano il momento di entrare. Poco più avanti la devozione prende una forma decisamente meno canonica. Occhiali verde fosforescente con la scritta Geolier, gadget sotto il braccio e un santino con il volto del rapper accompagnato dall’invocazione «San Geolier proteggici». È una delle immagini della lunga attesa che accompagna l’arrivo all’Aquila del rapper napoletano per l’ultima tappa del Summer Festival Tour, nel cartellone della 732esima Perdonanza Celestiniana.

I primi arrivano dalla mattina. Poi arriva anche la pioggia. I kway escono dagli zaini, qualcuno cerca riparo, molti restano semplicemente al proprio posto. Due ventitreenni arrivati da Isernia riassumono così le ore davanti ai varchi: «Stressante, ma ne vale la pena». Poco distante un’altra ragazza è convinta che «tutta questa fatica sarà ripagata». Tra i genitori c’è Angela, arrivata da Teramo. Guarda quella folla giovanissima senza liquidarla come un fenomeno incomprensibile. «Questo tizio è una figura di riferimento per molti giovani. Vale la pena entrare ad ascoltare a cuore aperto cosa e come trasmette ai nostri figli», dice. Osserva le ragazze resistere a caldo, acqua e stanchezza e aggiunge: «Si stanno legando a un pensiero positivo. Stanno creando la loro realtà».

Quando il Teatro del Perdono si riempie, la prospettiva cambia. Le circa novemila persone davanti alla Basilica diventano una massa compatta, soprattutto nelle zone più vicine al palco. Sopra le teste comincia ad accendersi un mare di cellulari, già pronti a registrare un concerto che deve ancora iniziare. La pressione sulle prime file aumenta e gli addetti alla sicurezza chiedono più volte al pubblico di arretrare. Interviene anche l’ingegnere Maurizio Ardingo: microfono in mano dal palco, invita non senza difficoltà i ragazzi a fare qualche passo indietro per alleggerire la spinta sulle transenne e permettere agli operatori di muoversi. Tra la folla si registrano alcuni piccoli malori, gestiti dal personale presente senza interrompere la serata. Episodi analoghi sono stati registrati dal pomeriggio. Poi dagli altoparlanti viene diffusa “Love in Portofino” di Dalida, introduzione registrata per gli ultimi istanti prima dell’ingresso. Quando Geolier appare sul palco il cambio di atmosfera è immediato. Parte “El Pibe de Oro”, seguita da “Nu parl, nu sent, nu vec”, “081”, “Capo”, “1H”, “2 secondi” e “Money”. Il prato davanti a Collemaggio diventa una distesa di braccia e schermi illuminati, con migliaia di telefoni che seguono ogni movimento sul palco. Prima di “L’ultima poesia” Emanuele Palumbo si ferma e parla ai genitori che hanno accompagnato i figli. Spiega che il rap di oggi può apparire distante dai codici musicali delle generazioni precedenti, ma invita a non trasformare quella distanza in una rottura. Ricorda che anche loro hanno attraversato cambiamenti radicali nella musica, cita i Pink Floyd come band che ha segnato una svolta, e chiede agli adulti di non considerare “stupidi” i ragazzi per ciò che ascoltano. È uno dei passaggi meno scontati della serata e finisce quasi per rispondere, dal palco, alle parole pronunciate poche ore prima da Angela. Il concerto riparte con “L’ultima poesia” e “M’ manc” e prosegue attraversando alcuni dei brani più riconoscibili del repertorio: “Stelle”, “Chiagne”, “Fotografia”, “P Secondigliano”, “I p’ me, tu p’ te” e “Come vuoi”. La scaletta alterna rap, trap, neomelodico e autotune. E c’è anche lo spazio per un omaggio strumentale a Pino Daniele con “Quando”.

In tanti cantano tra il pubblico, parola per parola, mentre quel mare di cellulari si accende e si abbassa seguendo il ritmo dello spettacolo. E quando arriva “I p’ me, tu p’ te”, quella frase che al mattino sembrava soltanto una battuta buona per dividere pacchi di sciarpe torna da migliaia di voci. A quel punto la pioggia, le ore di attesa e persino la fatica sembrano appartenere a un’altra giornata.

di Fabio Iuliano – articolo uscito anche sul Centro