Litfiba, “17 Re” quarant’anni dopo
5 Luglio 2026 Condividi

Litfiba, “17 Re” quarant’anni dopo

Per chi ha assistito negli anni alle evoluzioni e alle involuzioni del percorso Litfiba, il tour dei quarant’anni di “17 Re” ha il sapore di un ritorno a casa. Una casa scura, irregolare, piena di stanze laterali, attraversata da tensioni politiche, simboli religiosi, conflitti familiari, dipendenze e teatro rock. Al Porto Turistico di Pescara, per il Terrasound Festival organizzato da Best Eventi, la band ha confermato la scaletta delle prime date del tour e ha costruito il concerto attorno all’album del 1986, recuperando anche la title track rimasta fuori dal disco originario.

Il palco è dominato dall’immagine della scimmia incoronata del progetto “17 Re Live 1986-2026”. Da lì parte un live che sceglie la strada più rischiosa della semplice carrellata di successi: entra nel disco, ne rispetta le asperità, ne riporta in superficie la parte più scura e teatrale. La base ritmica è solida, fisica, decisiva. Il basso di Gianni Maroccolo resta una struttura portante, mentre Luca Martelli alla batteria picchia forte, con soluzioni originali e un tiro che evita l’effetto rievocazione. Antonio Aiazzi riapre le stanze più oblique del repertorio, Ghigo Renzulli tiene la chitarra dentro una misura ragionata, tagliente quando serve, sempre funzionale all’impianto del disco.

La scaletta parte con l’introduzione strumentale di “Febbre” e mette subito al centro “17 Re”, la canzone completata quarant’anni dopo. Da lì il concerto entra nel corpo dell’album con “Come un Dio”, “Oro nero”, “Sulla Terra”, “Vendetta”, “Ferito”, “Apapaia”, “Ballata”, “Re del silenzio”, “Pierrot e la luna”, “Univers”, “Tango”, “Cafè, Mexcal e Rosita” e la stessa “Pierrot e la luna”. La prima parte ha un passo più politico, attraversato da immagini di potere, guerra, sfruttamento e dipendenze. Pelù prende di mira il patriarcato, parla dell’oro nero come forma di assuefazione collettiva, richiama i conflitti con “Sulla Terra” e “Ferito”, porta sul palco razzismo, intolleranza e “remigrazione”, rovesciata contro i fascismi di ritorno. Talvolta, esagera un po’. Tanto da far rivalutare le riflessioni di Francesco De Gregori sull’opportunità di un artista di intervenire a tutti i costi sui temi di attualità.

Dopo la metà, il concerto scende in una zona più intima. “Re del silenzio” diventa uno dei passaggi più intensi: Pelù lo presenta come il sedicesimo re, bipolare, sospeso tra up and down, fragilità e regalità interiore. Qui l’album ritrova il suo lato meno immediato, quello che non cerca il coro facile e lavora invece su immagini, voce e tensione. “Pierrot e la luna”, ispirata al “Pierrot Lunaire” di Arnold Schönberg, resta una soglia notturna: un momento in cui la band sembra tornare alla propria matrice più teatrale.

La prima parte chiede ascolto e presenza. Sotto il palco, però, la memoria non resta ferma. Tra il pubblico ci sono molti adolescenti di allora, riconoscibili dalle t-shirt o dai corpi a torso nudo e da quei movimenti sottopalco che riportano direttamente agli anni Ottanta e Novanta. Una partecipazione fisica, immediata, quasi muscolare, che conosce ancora il codice di quella musica.

Si arriva dunque a “Gira nel mio cerchio”, “Cane” e “Resta”. Quest’ultima funziona come cerniera emotiva prima dei bis, dove arrivano brani da “Desaparecido”, “Pirata” e “Litfiba 3”: “Il vento”, “Istanbul”, “Santiago”, “Eroi nel vento”, “La preda”, “Tex” e “Cangaceiro”, con i saluti finali sul brano “O Fortuna” di Carl Orff.

“Il vento” apre la seconda parte con il tricolore ostentato in chiave antifascista. Su “La preda”, canzone che nasce dal conflitto familiare tra padre e figlio, Pelù trova il modo di chiamare dentro la serata anche l’Abruzzo dei serpari, degli orsi e dei lupi, collegando il brano al tema della caccia e alle nuove normative. Su “Tex” arriva il gioco con l’attualità, quando Pelù tira in ballo lo scalpo arancione del presidente americano. Il finale con “Cangaceiro” chiude nella dimensione più fisica del live.

C’è spazio anche per la memoria interna della band, con l’omaggio a Ringo De Palma, storico batterista dei Litfiba, anche lui protagonista in “17 Re”. Un ricordo necessario dentro un tour che riporta in vita una stagione irripetibile, fatta di intuizioni, fratture e linguaggi costruiti senza manuale. Prima dei quarant’anni, delle celebrazioni e delle ristampe, c’erano musicisti giovani che stavano cercando una forma nuova per raccontare il potere, il corpo, la paura, la rivolta.

Al Terrasound “17 Re” è tornato vivo proprio perché non è stato semplificato. Sedici brani dall’album, più la title track recuperata, compongono una dichiarazione precisa: questo tour non chiede solo di ricordare i Litfiba, ma di rientrare nel punto in cui la band ha costruito una delle sue identità più forti. Il ritorno a casa funziona perché non somiglia a una visita guidata. È un rientro notturno, con la scimmia incoronata sullo sfondo e il rumore di un disco che, quarant’anni dopo, continua a non stare fermo.

di Fabio Iuliano – fonte: The Walk of Fame

Tags 17 Re, Litfiba, live