“Credo ancora nel lavoro umano del circo”
2 Luglio 2026 Condividi

“Credo ancora nel lavoro umano del circo”

Il circo contemporaneo come luogo del rischio, della fiducia e di una poesia che passa prima dal corpo che dalle parole. Martedì 7 luglio alle 21.15, al Teatro Massimo di Pescara, Circa Contemporary Circus porta in scena “Wolf” per l’unica data italiana, nell’ambito di Funambolika, il festival ideato e diretto da Raffaele De Ritis. La compagnia australiana, tra le più riconosciute al mondo, arriva con uno spettacolo firmato da Yaron Lifschitz insieme all’ensemble Circa, costruito attorno alla figura del lupo come simbolo dell’io indomabile: liberatorio, anarchico, spontaneo, selvaggio. Sul palco dieci artisti, accompagnati dai ritmi elettronici e primordiali di Ori Lichtik, tra salti, prese, equilibri, cadute sfiorate e una fisicità che trasforma l’acrobatica in linguaggio teatrale. “Wolf” è circo con le zanne, recita la presentazione dello spettacolo. Ma per Lifschitz, più che una formula efficace, è un modo per interrogare ciò che resta umano quando vengono meno le parole, le maschere e le difese.

Una volta ha descritto il suo lavoro come “lettere d’amore a una specie che non è sempre facile amare”. Perché continua a credere negli esseri umani?
“Non sono sempre sicuro di credere negli esseri umani. Ma non c’è alternativa, quindi tanto vale andare avanti. Lavorare nel circo mi ha dato una forma di fiducia in ciò che la nostra specie può realizzare. Non solo nella sua abilità fisica e nel suo virtuosismo, ma nella sua capacità di lavorare insieme, di connettersi attraverso il contatto, di trasformare quel virtuosismo in momenti di poesia e meraviglia. È già una ragione sufficiente”.

Circa ha ridefinito il circo contemporaneo. Che cosa può raccontare il circo della condizione umana che il teatro o la danza non riescono a dire?
“Non credo di sapere molto della condizione umana, o anche solo che ne esista una. Ma il circo può fare qualcosa che il teatro e la parola scenica non possono fare. Comunica in modi che non hanno bisogno delle parole, in modi che stanno oltre la logica. Trovo molto circo, e molto teatro, estremamente ovvi. A me interessa ciò che supera il normale e arriva a una forma di poesia. Anche il teatro può riuscirci, quando è al suo meglio. Ma il circo parte già da lì, dal corpo, dal rischio, dal peso. Non ha parole dietro cui nascondersi.

La fiducia è al centro di ogni performance acrobatica. Pensa che oggi sia diventata una delle cose più rare nella società?
“Per me la fiducia è semplice. È coerenza nel tempo. Ha a che fare con l’affidabilità. La fiducia senza affidabilità è solo fede, e anche se la fede è una cosa bellissima, probabilmente ti farà ammazzare. Quindi la fiducia si guadagna. La guadagni presentandoti, facendo quello che dici che farai, e facendolo ogni volta. C’è qualcosa di bello in questo, ma anche qualcosa di molto concreto. Una forma di onestà, di autenticità, che conta più di quanto sembri. Se la fiducia è diventata rara, è per questo. Poche cose ti chiedono di essere la stessa persona ogni giorno”.

Non è la prima volta che vi esibite in Italia. Che rapporto ha con il pubblico italiano? Ci sono spettacoli qui che ricorda in modo particolare?
“Amo il pubblico italiano. Forse semplicemente adoro l’Italia: la sua storia, la sua cultura, il suo cibo, l’intera qualità della sua vita. E amo i suoi teatri antichi. Pescara è il luogo in cui abbiamo vissuto alcune delle nostre esperienze più speciali, fin dalla prima volta, qualche anno fa, in cui abbiamo portato il nostro lavoro in Europa. Esibirci all’aperto lì è qualcosa che porto ancora con me”.

Vi esibite in Abruzzo, una regione conosciuta per le montagne, i borghi e una forte identità culturale. Prima di arrivare qui conosceva qualcosa di questa terra? Quali sono state le sue prime impressioni?
“Non ero mai stato in Abruzzo prima di arrivare a Pescara con lo spettacolo. Quindi per me la regione è sempre stata legata alla performance e a Raffaele, che è stato insieme un amico e una guida nel mondo del circo. Un uomo che apprezzo e ammiro. È un paesaggio spettacolare, tra montagne e mare. Mi è piaciuto correre sul lungomare, aiutato da una bella accoglienza e dal bel tempo. Ma ho passato la maggior parte del tempo in teatro, a preparare gli spettacoli. Per un regista teatrale è esattamente così che deve essere”.

Quando il pubblico lascia uno dei suoi spettacoli, che cosa spera resti dopo la fine degli applausi?
“Quello che spero resti nelle persone, quando gli applausi finiscono, è l’esperienza di una nuova emozione. Qualcosa a cui non sanno ancora dare un nome. Come se una piccola parte del loro essere avesse guadagnato un po’ più di capacità, un po’ più di ampiezza”.

di Fabio Iuliano – articolo uscito anche sul Centro