Marinella Senatore: “Illuminiamo il centro storico”
7 Giugno 2026 Condividi

Marinella Senatore: “Illuminiamo il centro storico”

“Il mio corpo sta qui su queste strade, il mio corpo scassato, storto, dritto, non importa, perché è il mio corpo”. Marinella Senatore parte da qui, da una frase che mette insieme presenza, fragilità, consapevolezza e autodeterminazione, per raccontare The School of Narrative Dance, il progetto partecipativo che questo pomeriggio, dalle 16, porterà oltre 400 persone da palazzo Ardinghelli verso Collemaggio, attraversando il centro storico in una parata urbana costruita attraverso mesi di workshop, laboratori e incontri. Per l’artista campana, la strada è il luogo in cui una comunità si rende visibile, senza chiedere ai corpi di essere perfetti, ordinati, rassicuranti. L’Aquila, nel suo racconto, diventa una città ferita ma ancora capace di mettersi in movimento, con geometrie del ricordo costruite attraverso gesti, parole, voci, sguardi.

Che città ha incontrato in questi mesi?
“La città restituisce incredibile resilienza, forza e nuove idee di possibile coesistenza. È proprio l’idea di comunità stessa a essere rielaborata dalle persone. Questa è una comunità molto variegata ma che ha un forte senso di appartenenza”.

Che cosa è emerso dai workshop?
“È emerso in tutti i workshop e in tutti i laboratori il fatto che ci debba essere una consolazione. I traumi collettivi, i grandi lutti che questa città ha attraversato con le sue persone, sono iscritti nella memoria anche del corpo di queste persone, non solo in una memoria cognitiva. C’è una voglia di raccontarsi, di raccontare anche il trauma e il lutto, ma in una maniera molto positiva, piena di speranza, per andare avanti, per creare nuove connessioni”.

Quindi la parata non è solo il momento finale?
“I workshop e i laboratori che sono parte integrante dei progetti della School of Narrative Dance non sono esclusivamente propedeutici alla parata finale. Sono un’offerta didattica, ma soprattutto di partecipazione collettiva, che si fa a prescindere da quello che vedremo e che confluirà poi nella performance”.

Che cosa resta dopo un’esperienza di questo tipo?
“Si crea anche un patto di fiducia e di scambio reale con la comunità, che non necessariamente si deve esibire poi nello spazio pubblico. In questa esperienza la stragrande maggioranza dei partecipanti vuole anche essere visibile nella parata finale, ma questo è veramente un dettaglio”.

Il progetto, dunque, non arriva dall’alto?
“Il progetto è fatto di molteplici sfaccettature ed è cominciato quasi un anno fa. Questi sono momenti soprattutto non calati dall’alto, ma dove si costruisce dal basso insieme alle persone. Lasciano un’eredità forte quando fai un’esperienza di questo tipo e capisci le persone attorno a te in una maniera diversa. E rivedi anche te stesso in una maniera diversa, perché in un certo senso esci anche da una comfort zone o dalla tua quotidianità”.

Lei ha lavorato in molte città e in molti contesti. Che cosa distingue L’Aquila?
“Alla fine del progetto posso dire che questa è una delle comunità più forti che abbia incontrato. Ha un senso veramente importante e grande di andare avanti, di continuare a costruirsi e immaginarsi in una maniera diversa dal passato”.

La parola resilienza rischia spesso di diventare retorica. Qui che significato assume?
“Sto incontrando una realtà pazzesca, molto resiliente, ma tanto dignitosa, per la quale nutro un profondo rispetto. Qui andiamo a celebrare una comunità ferita, molto variegata”.

Il corpo diventa un linguaggio?
“Quando noi superiamo anche dei limiti riusciamo anche a ricostruire una dignità e un’immagine di noi stessi molto diversa da quella abituale. Questo è stato proprio il leitmotiv di tutto il lavoro fatto”.

Che cosa vedrà chi seguirà la parata?
“Vedrà tanti colori ad illuminare il centro storico”.

di Fabio Iuliano – fonte il Centro