La gentilezza secondo Cristicchi
La gentilezza come scelta concreta, capace di opporsi all’indifferenza e alla violenza del linguaggio. Simone Cristicchi arriva al Roseto Gentile Fest con un’idea precisa del tempo che stiamo vivendo. Stasera, a Villa Paris, nell’ambito dei “Dialoghi della gentilezza”, sarà protagonista di un confronto con Daniel Lumera e riceverà il riconoscimento di Ambasciatore della Gentilezza. L’appuntamento chiude la terza edizione della manifestazione promossa dal Movimento Italia Gentile insieme al Comune di Roseto degli Abruzzi, costruita attorno ai temi della cura di sé, della natura, dell’ascolto e della qualità delle relazioni. Dopo le prime due giornate tra Qi Gong, yoga, attività inclusive, musica, meditazione e seminari sul perdono, il festival entra oggi nella sua giornata conclusiva. Il programma si aprirà nella Riserva naturale del Borsacchio con la camminata consapevole gentile, per poi proseguire in Villa comunale con lo yoga della risata e le pratiche di respirazione dedicate alla gestione delle emozioni. Nel pomeriggio, sempre a Villa Paris, Lumera guiderà il workshop “Ti lascio andare”, mentre alle 21 spazio ai “Dialoghi della gentilezza”, il confronto con Cristicchi che chiuderà la manifestazione. Cantautore, attore e autore teatrale, Cristicchi negli ultimi vent’anni ha raccontato manicomi, guerre, memoria e fragilità, facendo della musica uno strumento di riflessione civile.
Cristicchi, la gentilezza sembra quasi una forma di resistenza. Che cosa la ostacola oggi?
«Ci sono due grandi nemici: l’indifferenza e la diffidenza. L’indifferenza nasce anche da un clima di violenza diffusa che porta le persone a chiudersi nei propri interessi. La diffidenza, invece, è alimentata dalle fake news: vediamo continuamente informazioni ma non sappiamo più distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è. Se riuscissimo a superare queste due attitudini, scopriremmo che nella gentilezza c’è anche un modo per sopravvivere alla disumanità».
I social sembrano andare spesso nella direzione opposta.
«Non demonizzo i social in sé, ma alcuni dei loro meccanismi sono un disincentivo alla gentilezza. Dietro uno schermo o un nickname molte persone si sentono autorizzate a insultare e perfino a distruggere qualcuno. È una vigliaccheria che appartiene al nostro tempo. Naturalmente c’è anche una larga parte di utenti che usa questi strumenti con rispetto, perché la rete è una piazza pubblica: proprio come nelle piazze reali puoi incontrare persone civili oppure chi non rispetta gli altri».
Lei ha raccontato gli ultimi, la memoria, la guerra e la sofferenza. Che cosa ha imparato sull’essere umano?
«Che la musica e l’arte possono davvero cambiare la prospettiva delle persone. È successo prima di tutto a me, ascoltando i grandi cantautori italiani e internazionali. Mi sento figlio di quella generazione e provo gratitudine verso chi mi ha insegnato, attraverso la poesia e la coerenza, che la musica non è soltanto intrattenimento. Può creare una fratellanza invisibile tra persone che magari non si conosceranno mai».
Un artista può esprimersi anche fuori dalle canzoni?
«Non mi sono mai posto il problema. Quando ho sentito l’urgenza di parlare l’ho fatto, assumendomi sempre le conseguenze. Ho pagato anche un prezzo per alcune posizioni, ma non me ne lamento. Continuo a pensare, come diceva Fabrizio De André, che l’artista debba essere un anticorpo del sistema».
Con L’Aquila il rapporto continua da anni. Che ricordo conserva e come vede l’anno della Capitale italiana della Cultura?
«Ho partecipato all’inaugurazione con il presidente Mattarella ed è stato un momento bellissimo. Purtroppo non sono riuscito a portare in città il mio spettacolo dedicato a San Francesco per questioni logistiche, ma spero di essere presente durante la Perdonanza. In questi anni il legame con L’Aquila non si è mai interrotto. Anche dopo la mia esperienza al Teatro Stabile abbiamo continuato a collaborare e non era affatto scontato. È una cosa che ho apprezzato molto».
di Fabio Iuliano – intervista comparsa anche sul Centro

