Prima del giro di boa
Mi capita spesso di nuotare verso una boa a circa trecento metri dalla riva.
In mare sei solo davvero. Niente telefono, niente notifiche, nessuno con cui parlare. Solo il rumore dell’acqua, il respiro e una bracciata dopo l’altra.
Ogni tanto alzi la testa per cercare la boa e hai quasi l’impressione che sia rimasta esattamente dov’era. Che tutta quella strada non l’abbia avvicinata di un metro.
Ma continui.
Eri tu che, da dove ti trovavi, non potevi ancora vederla.
Forse alcuni momenti della vita somigliano a quella nuotata. Continui a fare ciò che senti giusto, senza vedere risultati immediati, senza sapere esattamente cosa ci sia oltre quello che riesci a distinguere dall’acqua.
Una bracciata alla volta.
Finché arrivi alla boa e scopri che il giro di boa non è necessariamente il momento in cui cambia qualcosa. A volte è soltanto il punto dal quale riesci finalmente a vedere un pezzo di orizzonte che prima ti era nascosto.
Oppure il ragazzo col carrello delle granite.
Che magari non sarà il Gran Sasso, ma quando devi nuotare altri trecento metri per tornare a riva può diventare un punto di riferimento altrettanto convincente.
E allora riprendi a nuotare.
