Mario Biondi: “Io, l’Abruzzo e This is What You Are”
7 Luglio 2026 Condividi

Mario Biondi: “Io, l’Abruzzo e This is What You Are”

Vent’anni dopo “This Is What You Are”, Mario Biondi riporta dal vivo i brani che hanno segnato la sua carriera internazionale e lo fa in una dimensione che sente particolarmente vicina: quella dei concerti all’aperto. L’8 luglio il tour del ventennale di “Handful of Soul” arriva al Porto Turistico di Giulianova (ore 21.30), tappa abruzzese dell’estate prima del ritorno nei teatri, con il concerto del 18 novembre al Teatro Massimo di Pescara. Sul palco ci sarà una band di alto profilo: Antonio Faraò al pianoforte, Massimo Greco polistrumentista e direttore musicale, Matteo Cutello alla tromba, Giovanni Cutello al sassofono, Ameen Saleem al basso, David Florio a percussioni, chitarra e flauto e David Haynes alla batteria, con l’alternanza, in alcuni show, di Nicolas Viccaro o Francesca Remigi. In scaletta, i classici di Biondi, riletture internazionali e anche un omaggio a Lucio Battisti. L’Abruzzo entra nel racconto anche attraverso i musicisti che hanno incrociato il suo percorso, dal batterista Lorenzo Tucci al sassofonista Max Ionata. “Sono un ammiratore del territorio”, sottolinea Biondi. “Gli abruzzesi sono persone leali e talentuose”.

Il tour estivo arriva a Giulianova, in una dimensione outdoor e sul mare. Quanto cambia per lei un concerto quando esce dal teatro e incontra uno spazio aperto? “Dipende molto dai posti. Al chiuso trovi bellezze costruite dall’uomo, all’aperto magari trovi un po’ di natura in più, ma anche belle installazioni. Ci capita spesso di suonare in arene greco-romane, quindi di sicuro l’atmosfera è molto importante. La verità è che stare all’aria aperta a me piace molto”.

C’è un rapporto particolare con l’Abruzzo? “Io sono un ammiratore del territorio. Abbiamo avuto almeno una decina di musicisti abruzzesi, sempre persone leali e talentuose. Credo che sia una cifra del territorio. Dico spesso che gli abruzzesi, secondo me, sono persone molto perbene”.

Questo tour celebra i vent’anni di “This Is What You Are” e “Handful of Soul”. Che effetto le fa tornare oggi su quei brani?

“Sono canzoni diventate classiche quasi da subito ed emanano un’energia propria. Ogni volta che le canto c’è sempre qualcosa di speciale”.

La risposta del pubblico è cambiata in questi anni? “Quando parte ‘This Is What You Are’ sembra che si muova qualcosa di intrinseco che ancora non so spiegarmi bene. L’altro giorno eravamo in Germania e vedevo le persone che cominciavano a ballare, a saltare, ad alzarsi dalle sedie. Credo che abbia segnato un periodo. Mi piace immaginare che faccia parte di un periodo molto felice della vita del pubblico che mi segue e ci segue da tantissimi anni”.

Con “Prova d’autore” è arrivato il primo album interamente in italiano. È stata una sfida di scrittura, il bisogno di spostare il baricentro o la voglia di sperimentare nuove sonorità? “La lingua italiana ha sempre lasciato un segno importante nel territorio musicale nazionale. L’ho fatto cercando di essere me stesso al massimo, senza false ipocrisie, senza numeri da circo, cercando di essere quanto più lineare e quanto più vero possibile. Sono molto soddisfatto e sono contento di averlo fatto”.

In questo tour la band ha un peso forte. Quanto spazio c’è per l’improvvisazione e quanto resta fermo l’impianto degli arrangiamenti? “La mia storia è sempre stata costellata da musicisti eccellenti. Questa è un’altra frequentazione, ma sempre con artisti molto importanti, molto bravi”.

Che cosa porta questa formazione sul palco? 
“David Haynes è un batterista molto particolare, molto speciale, un batterista attento, un capobranco  affettuoso anche nei confronti dei musicisti. È molto attento a quello che succede sul palco. Poi abbiamo questa avanguardia del jazz italiano, come i fratelli Cutello, che portano un bel linguaggio classico con la freschezza che può avere un giovane alla loro età. Antonio Faraò è un personaggio  interessante della scena jazz, e lo stesso Ameen Saleem viene da una cultura soul-jazz americana importante”.

Quindi c’è libertà, ma senza stravolgere i brani? “Ci divertiamo parecchio sul palco, ma indubbiamente senza stravolgere i brani. Al momento rimaniamo abbastanza legati a quello che è stato, anche perché è quello che ha segnato molto la fantasia di molte persone”.

In scaletta convivono brani storici, riletture internazionali e anche Lucio Battisti. Come dialogano la melodia italiana e il linguaggio soul-jazz?
“Soprattutto Battisti ha un linguaggio molto ritmico. Insieme a Mogol credo che siano due autori che forse negli ultimi anni stiamo quasi dimenticando, a torto”.

La sua musica è costruita su timbro, atmosfera e tempo. Come si difende dalla fretta contemporanea?
 “Le nuove uscite non mi allettano molto. Molta della musica prodotta in questo periodo lascia il tempo che trova. Da una parte non comprendo la sicurezza ostentata di chi dopo pochi istanti di canzone sembra aver capito tutto e passa facilmente oltre. Dall’altra però, di fronte a molte produzioni contemporanee, mi viene da dire che lo skip su Spotify, dopo pochi secondi ci può anche stare”.

di Fabio Iuliano – intervista uscita anche sul Centro