“Ho ammazzato la signorina Silvani”
1 Luglio 2026 Condividi

“Ho ammazzato la signorina Silvani”

Anna Mazzamauro entra in scena e fa subito fuori la Signorina Silvani. La ammazza, dice lei, senza troppi giri di parole. Non per cancellarla, perché certe maschere non si cancellano nemmeno con la dinamite teatrale, ma per potersi prendere tutto il resto: il canto, il cabaret, l’avanspettacolo, la confessione, la risata, il gusto di stare davanti al pubblico senza chiedere permesso a un personaggio fantozziano diventato più ingombrante di un monumento.

“La Silvani mi ha rotto le scatole, ma mi ha anche aiutata in carriera”, racconta. Ed è da questa resa dei conti affettuosa, feroce e molto comica che nasce “Brava, bravissima… Anche meno”, lo spettacolo con cui venerdì 3 luglio, alle 21, ai Giardini del Castello Orsini di Avezzano, aprirà l’edizione 2026 di “Dal Tramonto all’Alba OFF”.

Il titolo “Brava, bravissima… Anche meno” sembra una carezza e poi uno schiaffo. Da dove nasce? “È la mia ironia. A me piace esagerare sempre. Dico brava, bravissima perché sono veramente convinta di esserlo, però poi arriva l’autoironia che mette tutto a posto: anche meno. Il pubblico può anche non gradire, posso anche essere antipatica, anche se non credo proprio, altrimenti non mi avrebbero chiamata”.

Che tipo di spettacolo ha scritto? “Io non saprei scrivere per altri. Non sono una scrittrice in senso tradizionale. Scrivo per me perché, dopo tanto tempo, ho imparato i respiri del pubblico, i suoi sorrisi, perfino il suo timore di applaudire troppo. Desidero che i miei spettacoli provochino emozione. Altrimenti è inutile fare teatro”.

In scena c’è comicità, ma anche qualcosa di più ruvido. “Mi piace dare un cazzotto nello stomaco con argomenti terribili e subito dopo far nascere un sorriso, magari una risata che allevia tutto. Anche la comicità provoca emozione. Se tu ridi, provi un’emozione straordinaria”.

Lo spettacolo ha anche una forma metateatrale. “Siamo sul palcoscenico per provare lo spettacolo che andrà in scena ad Avezzano, però non quella sera, qualche giorno dopo. Il pubblico, in pratica, ha sbagliato giorno e si trova davanti alle prove. Pirandello aveva immaginato altro: io parto dal gioco. Visto che siete qui, facciamo le prove”.

E questo le permette di parlare direttamente con la platea. “Mi consente, non furbescamente ma con gioia, di rendere il pubblico partecipe. Posso raccontare una cosa comica accaduta a un provino, posso spiegare come ho cominciato. All’inizio faccio una cosa fondamentale: ammazzo la Silvani”.

La Signorina Silvani resta una presenza enorme nella sua carriera. “Prima di farla morire devo raccontare come l’ho fatta nascere. Racconto il provino con Luciano Salce, il primo giorno di trucco, l’incontro con una comparsa. Così il pubblico capisce da dove vengo e da dove viene lei. Poi la butto nella fossa. La Silvani ha ammazzato Medea, perché io avrei voluto fare Medea, ma dovevo prima scrollarmi di dosso la Silvani, per questo devo ammazzarla”.

Che rapporto ha oggi con quel personaggio? “La Silvani mi ha rotto le scatole, ma mi ha anche aiutata. Le devo la riconoscibilità da parte del pubblico. Però quando ne sento parlare è come se si parlasse di una conoscenza, di una che mi ha accompagnata e insieme disturbata”.

Dopo cinema, televisione e teatro, perché il palcoscenico resta centrale? “Perché lì sono viva, vera. Posso cadere, dimenticare una battuta, inciampare. Può succedere di tutto. Il cinema è stata un’occasione meravigliosa, non sono mica scema, però è stata un’occasione. Nessuno di noi pensava che Fantozzi avrebbe costruito un mondo dentro il mondo del cinema”.

Nello spettacolo, dopo la Silvani, che cosa arriva? “Dopo sono libera di fare quello che mi pare. Racconto anche Paolo Villaggio, che non ha bisogno di essere salvato, perché quando scriveva era altro rispetto a Fantozzi. Poi parlo dei vecchi che camminano insieme, della morte in modo buffo, parlo con Dio, affronto il femminicidio attraverso una lettera dal paradiso. Ci sono tante cose, ma non posso raccontare tutto”.

C’è anche l’avanspettacolo. “Ho sostituito il cabaret all’avanspettacolo, che in fondo è una forma di rivista in piccolo. Scendo tra il pubblico, gliene dico di tutti i colori, ma lo faccio guardandoli in faccia. Non come sui social. Sono io che glielo dico, loro possono ribattere e si divertono moltissimo”.

Che rapporto ha con i social? “I social vanno bene perché sono anche modernità, ma chi scrive deve avere il coraggio di dire chi è. Se dici una cosa cattiva, liberissimo, però devi assumertene la responsabilità. Non puoi nasconderti dietro un nome finto”.

Il suo teatro sembra tenere insieme ferocia e tenerezza. “È quello che mi interessa. Raccontare cose anche dure, ma senza togliere al pubblico il piacere di ridere. Se il pubblico sorride, sono bellissima, anche meno. Se ride, sono bravissima, anche di più”.