Claudio Baglioni, una vecchia musicassetta e tutte le notti di Roma
“Io sono qui” assume un significato particolare dopo la polmonite interstiziale acuta che ha costretto Baglioni a fermarsi e a rinviare il GrandTour al 2027. Il cantautore torna nel luogo di uno dei concerti più importanti della sua carriera, con 150mila persone nella sola Piazza di Siena, il 24 ottobre 1982, contro i 45mila complessivi delle sette serate capitoline tra fine ottobre e inizio novembre. Sul palco una formazione ampia e una regia visiva che accompagna i cambiamenti di atmosfera. Il repertorio attraversa quasi sessant’anni di musica. L’aria fresca di metà autunno si fa sentire anche a Roma, complice l’umidità a Villa Borghese.

A me, però, Piazza di Siena era già in qualche modo familiare.
Conservo ancora una musicassetta di “Alé-oó”, il doppio album dal vivo del 1982. Me la portavo dietro quando studiavo all’estero, anche negli anni in cui vivevo a Parigi. Ascoltavo soprattutto la prima parte: “’51 Montesacro”, “E tu come stai?”, “Poster”, “Io me ne andrei”, “Fotografie”. Conoscevo la sequenza, il modo in cui le canzoni si succedevano, quella particolare voce di Baglioni dal vivo. Era una musica che mi faceva sentire nostalgia, in anni nei quali ero spesso in movimento.
Ma il mio rapporto con quelle canzoni è cominciato prima, nelle automobili di mio padre. Mi ricordo di quando avevo cinque anni e mezzo e ascoltavo Baglioni sull’autoradio dell’Allegro, durante i viaggi tra L’Aquila e Chianciano. Duecentonovanta chilometri accompagnati da “Poster”, “Amore bello”, “Sabato pomeriggio”, “Strada facendo”. Ero convinto che Baglioni fosse toscano, perché mi capitava di sentirlo soprattutto quando attraversavamo quelle zone.

Provavo persino a tradurre alcune espressioni in inglese, nel mio inglese, una lingua immaginaria che rivendicavo come autentica. Per “lontano” avevo inventato “suantanes”. Poi mio padre mi spiegò che per dire lontano bastava “far”. Ci rimasi male. Tre lettere per qualcosa che nella mia testa sembrava richiederne molte di più.
Sul palco intanto Baglioni attraversa diversi momenti del suo repertorio. Mi piace particolarmente “Noi no”, introdotta da una frase: “Non dovremmo permettere più che qualcuno venga umiliato”. Poi arriva “Avrai”. Claudio ricorda il 1982 come un anno particolare, quello in cui diventò padre. E il cerchio si chiude col filmato iniziale.
Con “Io me ne andrei” ritrovo uno dei brani della vecchia cassetta. Qui e là, la band gioca con il groove degli arrangiamenti funky. Poi Giovanni torna sul palco e imbraccia la chitarra-arpa. L’introduzione di “Con tutto l’amore che posso” apre una parentesi più raccolta. Il timbro dello strumento è particolare; accompagna la melodia lasciando spazio alla voce. Per me quella canzone ha soprattutto un’immagine: il Lungotevere. O meglio, tutte le notti di Roma messe insieme. Quelle passate, quelle presenti, quelle che devono ancora arrivare. Luoghi e persone che si sovrappongono, anche quando nella vita sono separati da anni.

Lo spettacolo cambia passo con i tre medley cromatici. Baglioni li presenta come percorsi differenti: il giallo del viaggio, il rosso dell’amore e del dolore, il blu della notte e della nostalgia.
Nel primo scorrono “Le vie dei colori”, “Un po’ di più”, “W l’Inghilterra” e “Porta Portese”. Nel secondo “Amore bello”, “Solo”, “Niente più” e “Sabato pomeriggio”. Canzoni che appartengono a stagioni lontane e che continuo ad associare a momenti diversi della mia vita. Roma rimane sullo sfondo. C’è una nostalgia del futuro che soltanto questa città riesce a suggerirmi, la sensazione di poter già rimpiangere qualcosa che deve ancora succedere.
Il medley blu contiene “Poster”. E qui torna il bambino delle cassette, quello dei viaggi con suo padre e delle improbabili traduzioni in inglese. Sono passati cinque anni da quando mio padre non c’è più. Mi sembra di risentire la sua voce mentre Baglioni canta i suoi classici, così come mi capita ancora di ripensare a quella spiegazione, a quella parola che sembrava troppo corta per indicare una distanza.
“Poster” si intreccia con “Cuore di aliante”, “Uomo di varie età” e “Sono io”. Personalmente, avrei scambiato volentieri “Uomo di varie età” con “’51 Montesacro”, forse proprio perché quel brano apriva la parte di “Alé-oó” alla quale sono rimasto più legato. Alle 22.56 arriva “Mille giorni di te e di me”. Poi “E tu”. Il pubblico si sposta verso il sottopalco. Baglioni e i musicisti escono, prima di un breve ritorno che riserva una delle scelte musicalmente più interessanti.

“Questo piccolo grande amore” è affidata alla sola voce e a una chitarra acustica nera. Baglioni la esegue ricorrendo ad accordi e passaggi armonici inconsueti rispetto alla versione più conosciuta. Mi sembra il tentativo di rinnovare una canzone alla quale, dopo oltre mezzo secolo, sa di non poter rinunciare. Non la stravolge, ma cerca altre soluzioni nell’accompagnamento. Un dettaglio che si coglie ascoltando la chitarra, invece di limitarsi a seguire il ritornello.
Poi tornano tutti per “Strada facendo”. E subito dopo “Via”, con Baglioni alla chitarra elettrica nera. È un brano che mi restituisce ancora Roma, questa volta dal finestrino di un’automobile. Le strade che scorrono, la città attraversata di notte, il movimento di chi parte e ritorna. La mia ruota incollata sulla striscia bianca della mezzeria.
“La vita è adesso” chiude la parte musicale affidata a Baglioni. Le coriste cantano “Con voi”, mentre lui ringrazia il pubblico e parla di questo ritorno come di una nuova partenza. Alle 23.32 lo spettacolo è finito. Sugli schermi compaiono le fotografie e i nomi dei musicisti, accompagnati da “Il sogno è sempre”.
Ho ascoltato Baglioni da bambino, l’ho portato con me attraverso l’Europa, poi ho seguito altre strade musicali. Chitarre elettriche, rock, palchi condivisi con centinaia di musicisti nei live Rockin’1000, la passione per i Pearl Jam. Quella vecchia cassetta, però, ce l’ho ancora. Quarantquattro anni dopo il concerto del 1982, mi sono ritrovato nella piazza da cui proveniva una parte della musica che mi portavo dietro quando vivevo lontano. Nel frattempo sono cambiate molte cose. Anche le persone alle quali associo quelle canzoni.
Resta quella parola inglese che mio padre mi aveva insegnato.
“Far”.

