Negrita: “Riportiamo il pubblico a una dimensione umana”
Un anno fa era stata la scalinata di San Bernardino, nel centro dell’Aquila, a fare da sfondo ai sogni di una notte di mezza estate dei Negrita per i Cantieri dell’Immaginario. Questa volta la band toscana si prepara a entrare nell’anfiteatro romano di Alba Fucens, tra pietra antica, silenzio e montagne. Cambia lo scenario, cambia in parte anche la forma dello spettacolo, ma resta la volontà di costruire un rapporto ravvicinato con il pubblico.
«Vogliamo riportare il pubblico a una dimensione umana». Enrico “Drigo” Salvi parte da qui per raccontare il concerto che i Negrita portano ad Alba Fucens, nell’ambito di Festiv’Alba. Sul palco, insieme a Paolo “Pau” Bruni, Drigo e Cesare “Mac” Petricich, ci saranno Giacomo Rossetti al basso, alle tastiere e agli altri strumenti e Cristiano Dalla Pellegrina alla batteria e alle percussioni. A guidare il racconto sarà Gianmaurizio Foderaro, voce storica di Radio Rai. Il concerto sarà dedicato a Valeria Mella, collaboratrice dell’associazione organizzatrice, Harmonia Novissima, morta nel gennaio 2021 nella valanga sul Monte Velino. Una parte dei proventi sarà destinata al dispensario sanitario che porta il suo nome a Bekopaka, in Madagascar.
Lo scorso anno all’Aquila avevate proposto un concerto dal taglio semiacustico. Che cosa cambia ad Alba Fucens?
«La parte del racconto resta, ma non sarà prevalente. Servirà a dare una dimensione diversa al concerto. Cambia soprattutto la formazione, perché questa volta avremo praticamente tutta la band. Giacomo è un polistrumentista e ci permetterà di avere molti più colori».
Dunque un concerto più elettrico?
«Abbiamo la possibilità di sparare colpi più forti, ma anche di essere intimi e rarefatti. Non necessariamente suoneremo sempre tutti insieme. Batteria, basso e tastiere entreranno quando sarà opportuno. È una formazione che ci permette di muoverci tra momenti molto diversi».
Nel nuovo album “Canzoni per anni spietati” emerge spesso il tentativo di osservare il presente da una certa distanza. «Quando abbiamo composto il disco volevamo essere il più possibile obiettivi e meno divisivi. Anche se oggi è quasi impossibile: qualsiasi cosa dici, qualcuno comincia a litigare e a offendersi. Abbiamo provato a guardare il pianeta come potrebbe farlo un astronauta o un visitatore alieno, vedendo da lontano una Terra straordinariamente bella e, nello stesso tempo, una situazione di divisione che continua a peggiorare».
È lo sguardo evocato anche in “Nel blu”.
«Sì. Da lontano ci si rende conto che avremmo tutto a disposizione per vivere una vita completamente diversa, almeno più serena. E invece ci ritroviamo immersi in questa quotidianità, dentro conflitti e contrapposizioni sempre più forti».
Pau dal palco ha sempre lanciato messaggi molto diretti. Quanto deve esporsi oggi un artista?
«L’artista deve fare ciò che sente di fare. È anche un cittadino e deve essere libero di parlare oppure di affidare il proprio pensiero alle canzoni. Oggi, se dice qualcosa, gli rispondono “zitto e suona”; se non dice niente, viene accusato di non esporsi. È diventato un gioco patologico in cui qualsiasi posizione offre un pretesto per litigare».
La polemica nata attorno alle parole di Francesco De Gregori ti ha fatto riflettere?
«Molto, anche perché Francesco è una persona a me vicina e un artista che stimo infinitamente. Alla fine ciò che resta è l’opera. Di Picasso resta “Guernica”, di John Lennon restano le canzoni, di Hemingway le descrizioni, di De Gregori resta la sua poetica. È attraverso quella che un artista si esprime davvero».
Nel vostro racconto trovano sempre spazio anche i viaggi. Rimarrà la parte dedicata al Sud America?
«Stiamo definendo la scaletta, ma quella digressione ci sarà. Parleremo di dischi come “L’uomo sogna di volare” e “Helldorado”, registrati in Argentina. Sono album fondamentali per noi».
Che cosa vi hanno lasciato quei viaggi?
«Quando il rock anglosassone cominciava a perdere forza, siamo andati a cercare altrove nuove intuizioni artistiche. In Sud America abbiamo trovato una cultura musicale enorme. Abbiamo vissuto a lungo sulla strada, in Paesi molto lontani dal nostro punto di vista culturale. Quei viaggi sono stati importanti sul piano musicale, umano e spirituale».
C’è una vostra canzone che, con il passare del tempo, ha acquistato un significato ancora più forte?
«Penso a “Il libro in una mano, la bomba nell’altra”. È una canzone molto densa, che mette insieme religioni, governi, interessi economici e multinazionali. Era stata scritta in un momento preciso, all’indomani della caduta delle Torri Gemelle, ma non perde attualità. Passa il tempo e il valore della sua denuncia resta intatto».
Il mondiale degli Usa ha incoronato la Spagna, avrebbe preferito vedere Messi e compagni alzare la coppa?
«Nonostante all’Argentina siano legate alcune registrazioni importanti, sono personalmente felice di questo esito».
di Fabio Iuliano – articolo uscito anche sul quotidiano il Centro

