Setak e la musica necessaria
1 Agosto 2026 Condividi

Setak e la musica necessaria

Ci sono solo undici giorni a separare il 22 giugno dal 3 luglio 1986. Il primo segna la data di nascita di Nicola Pomponi, che anni dopo si sarebbe fatto conoscere come Setak; il secondo coincide con l’uscita del primo numero del Centro. Quasi coetanei, sono cresciuti nello stesso Abruzzo, attraversandone cambiamenti e fratture. Per Setak il Centro è una presenza legata alla casa, ai bar e all’attesa dei primi articoli, quando i social non esistevano e una pagina stampata aveva il tempo di diventare memoria. «Il Centro», sottolinea il cantautore originario di Penne, «fa parte della mia, della nostra storia. Prima del digitale, quando usciva qualcosa su di te, aspettavi di aprire il giornale. Ricordo l’attesa dei primi articoli e l’emozione di trovarli. Nel mio caso c’era il tennis».

Giusto, il tennis che grazie a Sinner e compagni vive una stagione fortunata. Lei ha giocato ed è stato a lungo maestro. In passato ha paragonato la musica a questo sport: insegnare a qualcuno non per farne un professionista, ma per aiutarlo a fare qualcosa che sente davvero. Vale ancora?
«Sì. Una persona dovrebbe fare musica perché ne sente la necessità, anche accettando di non vendere un solo disco. Altrimenti si rischia di produrre altra musica inutile, e in giro ce n’è già fin troppa. Sono cambiati i parametri della società e anche la funzione della musica. Negli anni Settanta, ma ancora nei Novanta, esisteva una forma di militanza. Ti identificavi attraverso ciò che ascoltavi. Se appartenevi al mondo dei Nirvana non potevi dire con la stessa naturalezza che ascoltavi Laura Pausini. Oggi quel tipo di appartenenza è quasi scomparso».

È apertura mentale oppure indifferenza?
«Spesso ciò che viene presentato come apertura mentale è semplice qualunquismo. Quando una persona dice di ascoltare un po’ di tutto, a volte significa soltanto che ha un rapporto generico con la musica».

È il pressappochismo che Paolo Sorrentino fotografa in una scena de La grande bellezza, quando un personaggio dice che gli piace Proust, ma legge anche Ammaniti.
«Un’immagine efficace. Non c’è nulla contro Ammaniti: è il modo in cui le cose vengono accostate, senza un criterio».

Sono cambiati i tempi delle reazioni e il rapporto tra chi parla e chi ascolta. Che cosa abbiamo perso?
«Un tempo si riconosceva chi ne sapeva più di noi. Se ascoltavi parlare un ingegnere, uno studioso o una persona con un linguaggio diverso dal tuo, avvertivi una distanza e la rispettavi. Pensavi: questa persona sa fare qualcosa che io non so fare. Oggi cerchiamo soprattutto qualcuno che ci somigli. Io non voglio essere rappresentato o guidato da una persona ignorante quanto me. Vorrei qualcuno molto migliore di me. Siamo dentro un gioco al ribasso costante che attraversa la politica e la musica, uno degli specchi più immediati della società».

Qui torna Pasolini, presente nei suoi riferimenti culturali, specie nella distinzione tra sviluppo e progresso.
«Pasolini aveva intercettato con grande anticipo questo degrado. È stato un visionario. Continuo ad ascoltarlo e a leggerlo perché cerco riparo in quel pensiero. Ma proviamo a collocare oggi una personalità come la sua: sui social verrebbe depotenziata in due secondi. Il suo pensiero sarebbe ridotto a una frase o a una polemica. La complessità ha pochissimo tempo per difendersi».

Francesco De Gregori, in un’intervista recente, ha contestato l’abitudine degli artisti di intervenire durante i concerti su guerre e politica. È d’accordo?
«Ho un rispetto enorme per De Gregori e so che quell’intervista è stata tagliata e riportata in modo da alimentare la polemica. Sul principio, però, non sono d’accordo. Gli artisti non sono tutti uguali. Esistono persone che hanno costruito la propria arte anche attraverso una sensibilità civile. Penso a Roger Waters, Robert Wyatt, Brian Eno e Peter Gabriel. Voglio sapere che cosa pensano, perché mi interessa la loro umanità. Possono aiutarmi a capire questioni sulle quali magari sono stato distratto».

Non esiste il rischio che ogni artista si senta obbligato ad avere un’opinione su tutto?
«Non mi piace l’obbligo di intellettualizzare qualsiasi cosa. Davanti a Gaza e Israele ci troviamo di fronte a una vicenda complicatissima, ma non devo possedere un’analisi originale per essere sconvolto davanti a persone e bambini che muoiono. Posso dire che quel dolore mi riguarda. Vale per Gaza, per gli attentati terroristici e per ogni guerra. Appena esprimi compassione per qualcuno, arriva chi ti chiede perché non l’hai espressa anche per qualcun altro. A volte bisogna smettere di voler apparire più intelligenti del dolore».

Come osserva oggi l’Abruzzo, anche dalla sua prospettiva romana?
«Il progetto Setak mi ha permesso di conoscere luoghi che probabilmente non avrei mai visitato. Ho scoperto le tante facce della regione. Non credo si possa definire l’Abruzzo in un solo modo, e fortunatamente è così. All’inizio evitavamo di programmare troppe date qui, pensando che suonare all’Aquila potesse togliere pubblico a Pescara. Poi abbiamo capito che ogni territorio è quasi “un mondo a parte”. Anche la difficoltà dei collegamenti ha favorito identità molto marcate. L’Aquila e Avezzano guardano verso Roma, la costa ha un’altra storia, il Teramano un’atmosfera diversa. Non abbiamo una città nella quale tutti si riconoscano, come accade in Campania con Napoli. Questo produce campanilismi e fratture, ma rende l’Abruzzo interessante».

Quali luoghi sente più vicini?
«Sono un grande appassionato dell’entroterra. È lì che alcuni luoghi hanno protetto il proprio incanto. Spesso l’autenticità va di pari passo con l’essere trascurati: i territori rimasti ai margini conservano qualcosa che altrove il capitalismo e il disincanto hanno cancellato».

Eppure l’Abruzzo viene raccontato attraverso montagne, lentezza, arrosticini e tradizioni. Quanto c’è di vero e quanto è una confezione per turisti?
«Quelle cose appartengono alla nostra cultura. Il problema nasce quando diventano l’unico racconto possibile. Il capitalismo mangia tutto: semplifica e vende ciò che risulta più facile. In Abruzzo esistono aspetti culturali più profondi che potrebbero essere conosciuti. Il folklore ha il suo spazio, ma io sono attratto da altro. Mi interessa, per esempio, quello che Flaiano definiva il pudore dei propri sentimenti. È difficile da promuovere, perché richiede maggiore attenzione. Ma è proprio lì che si trova la parte più particolare dell’Abruzzo».

Anche la musica dal vivo sembra dominata dai grandi eventi, con i record di spettatori ostentati da Ultimo a Vasco.
«I piccoli club stanno sparendo e con loro viene meno un certo apprendistato della strada. Forse per le nuove generazioni non è necessariamente un problema, perché i parametri sono cambiati. Per chi appartiene alla nostra, però, manca un passaggio fondamentale: andare a vedere qualcuno proprio perché non lo conoscevi. Oggi molti ragazzi ragionano al contrario: se non conosco un artista, perché dovrei sentirlo? Le persone lo incontrano prima sui social e arrivano al concerto quando la narrazione è già costruita. Per quanto riguarda Ultimo, posso solo dire che è un artista di grande talento e una persona molto intelligente. Proprio per questo capisco perfettamente il successo che ha ottenuto. Detto questo, personalmente non mi interessa né la sua musica né la narrazione che porta avanti. Mi sembra rappresentare una visione della musica che sento molto distante dalla mia. Se dovessi usare un’immagine, direi che per me è un po’ la Giorgia Meloni della musica: riesce a parlare in modo potentissimo a una parte del Paese, costruendo un’identità molto forte e riconoscibile, ma è un immaginario nel quale non mi ritrovo».

di Fabio Iuliano, articolo uscito anche sullo speciale del Centro per #Centrissimo