La peggiore vacanza di sempre
29 Settembre 2026 Condividi

La peggiore vacanza di sempre

Quando nuoti senza conoscere la corrente, aumentare lo sforzo può aumentare anche l’errore.

La chiamano, con una certa crudeltà retrospettiva, “la peggiore vacanza di sempre”. E in effetti, per guadagnarsi un titolo del genere, bisogna impegnarsi parecchio.

La storia comincia su una nave nell’Oceano Indiano. Il protagonista è in viaggio, apparentemente senza niente di più serio da affrontare di una vacanza. A un certo punto, però, sta male di stomaco. Esce dalla cabina, cerca aria, si avvicina al parapetto. E lì succede la cosa che trasforma una brutta notte in una storia di sopravvivenza: finisce in mare.

È buio. La nave continua la sua rotta. Lui resta solo nell’oceano.

Da quel momento fa quello che probabilmente farebbe quasi chiunque: nuota. Non ragiona davvero su dove andare, non ha riferimenti, non sa quale sia la direzione giusta. Sa soltanto che deve muoversi. E quindi per ore nuota d’istinto, alla disperata, consumando energie. In sostanza, nuota “a cazzo di cane”, ma con la convinzione che più forza mette nelle bracciate, maggiori siano le possibilità di salvarsi.

Passa tutta la notte così.

Quando arriva la luce del mattino, è ancora vivo, ma è stremato. Ed è allora che gli viene un’idea elementare, quasi ridicola per quanto è semplice. Ha con sé una card dell’hotel, una di quelle tessere di plastica che normalmente servono ad aprire una porta e che in mezzo all’Oceano Indiano sembrano avere più o meno l’utilità di un buono sconto del supermercato.

La mette sull’acqua.

La osserva allontanarsi.

E finalmente capisce qualcosa che durante tutta la notte non aveva potuto vedere: la corrente sta andando nella direzione opposta a quella in cui lui ha cercato ostinatamente di nuotare.

In altre parole, ha passato ore a combattere l’oceano. Ogni bracciata fatta per salvarsi, almeno in parte, lo ha portato a consumare energie contro una forza enormemente più grande di lui.

Da quel momento cambia strategia. Non cerca più semplicemente di fare più forza. Cerca di capire l’acqua, di conservarsi, di restare a galla e di muoversi senza sprecare quello che gli resta.

La salvezza non arriva subito. Passano ancora ore, la fatica diventa enorme e il recupero avviene soltanto dopo una lunga permanenza in mare. Ma alla fine viene individuato e tirato fuori dall’acqua.

Ed è questo il motivo per cui la storia funziona così bene anche fuori dal racconto del naufragio. Perché l’immagine che resta non è quella dell’uomo che nuota più forte.

È quella dell’uomo che, dopo una notte intera passata a lottare, mette una stupida tessera di plastica sull’acqua e scopre che stava combattendo nella direzione sbagliata.

A volte aumentare lo sforzo non significa avvicinarsi alla soluzione. Se non sai dove porta la corrente, puoi anche nuotare tutta la notte e ottenere soltanto di arrivare al mattino più stanco. (Liberamente ispirata al libro How to try again di Steve Kamb)

#NegativeCapability

Foto di Jakob Owens su Unsplash

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