Centotrentasette gradini
Quando il mare comincia ad arretrare nessuno fa niente. È così che succedono certe cose. Una trave può cedere senza troppo preavviso. Per settimane sembra ancora al suo posto. Poi…
Un mare, a quanto sembra, può andarsene senza salutare. La prima mattina arretra di un metro. Qualcuno dice che è la marea. La seconda mattina sono tre. La settimana dopo, per entrare in acqua, bisogna attraversare duecento metri di sabbia scura che fino a pochi giorni prima appartenevano ai pesci.
E la gente continua a fare quello che faceva. I pescatori controllano le reti. Il negozio davanti al porto mette fuori ciambelle gonfiabili e pinne da bambino. Al bar discutono del vento.
Davanti al bar non c’è quasi più mare. Ma discutono del vento.
Elia li guarda dalla finestra del faro. Ha sessantotto anni e una faccia lavorata dal sole. Le rughe vanno in tutte le direzioni. Alcune sembrano strade che hanno rinunciato ad arrivare da qualche parte. Alle sette di sera sale.
Centotrentacinque.
Centotrentasei.
Centotrentasette.
Accende la lampada.
Lo fa ogni sera. Lo faceva anche quando il mare arrivava sotto la scogliera e durante le tempeste il vetro tremava così forte che sembrava dovesse venirgli addosso. Allora c’erano le navi. Adesso il fascio passa sopra terra nera, alghe disfatte e qualche barca sdraiata su un fianco. Illumina il niente.
Un pomeriggio il sindaco passa a trovarlo. È un uomo magro con una cravatta troppo stretta. Ha l’aria di uno che ha passato metà della vita a essere preoccupato per cose che non meritavano tanta dedizione.
«Perché continui ad accenderlo?»
Elia guarda il faro.
«Perché è un faro»
«Non ci sono più navi»
«Me ne sono accorto»
«Non c’è più nemmeno il mare».
Elia si accende una sigaretta. Ha promesso sei volte di smettere. Sua moglie gli diceva che sarebbe morto con una sigaretta in bocca. Sua moglie è morta prima di lui.
Anche la medicina ha senso dell’umorismo.
«Il mare è un problema del mare», dice.
Il sindaco lo guarda.
«Che significa?»
«Niente».
Ed è vero. Il sindaco se ne va. Elia fuma.
Da ragazzo Elia nuotava. Nuotava davvero. Non quei duecento metri fatti la domenica per poi raccontare al bar che il mare era mosso. Partiva dalla spiaggia e andava avanti finché le case diventavano piccole. Sua madre lo insultava dalla riva. Poi aveva cominciato sua moglie.
Si chiamava Greta.
«Un giorno ti raccolgono in Algeria», gli diceva.
«Almeno viaggio»
«Sei un cretino».
Lei rideva. Era una risata rumorosa, poco elegante. Elia l’aveva amata anche per quello. Forse soprattutto per quello. Quando Greta è morta, Elia non è entrato in acqua per cinque mesi. Ogni mattina arrivava sulla spiaggia, si sedeva e guardava. Poi tornava a casa.
Al sesto mese si è tolto le scarpe ed è entrato fino alle ginocchia. Non aveva deciso niente. Il corpo aveva deciso prima di lui. È rimasto lì. L’acqua fredda gli faceva male alle ossa. Gli sembrava quasi un sollievo. Il dolore fisico almeno ha l’educazione di indicare dove si trova. Ora quell’acqua non c’è. Elia continua a salire i centotrentasette gradini. Ogni sera. Quando tutto cambia, qualche stupidaggine deve rimanere uguale. Altrimenti uno impazzisce per ragioni troppo nobili.
Nel paese aspettano. All’inizio dicono che torna domani. Poi la settimana prossima. Poi che è già successo nel 1837. Nessuno sa cosa sia successo nel 1837. Ma la data funziona. Le date rendono credibili le cazzate.
Arriva un professore dalla capitale. Porta tre assistenti e un’automobile bianca. Piantano strumenti nel fondale. Misurano. Fotografano. La sera il professore parla nel municipio. Dice che il fenomeno è «multifattoriale», che occorre «monitorarne l’evoluzione» e che sarebbe «prematuro formulare conclusioni».
Elia è seduto in fondo alla sala. Pensa che se uno usa abbastanza parole può evitare persino di dire che il mare non c’è più. Il giorno dopo il professore riparte. Gli esperti hanno quasi sempre un treno da prendere. Gli abitanti no. Dopo sei mesi le barche sono ancora lì. Le prime settimane tutti le lavavano. Poi hanno smesso. Il sale si è fatto crosta sulle chiglie. Le funi cominciano a sfilacciarsi. Un uomo di nome Arturo trasforma la propria barca in un chiosco. In paese la prendono male. Qualcuno lo chiama sciacallo. Dopo quindici giorni, però, davanti al chiosco c’è la fila per la granita al limone.
Elia tiene la sua barca dietro il faro. La carteggia. Sistema una tavola. Controlla il timone. Arturo arriva con due bicchieri di granita.
«Sei ancora dietro a quella roba?»
«Pare»
«A cosa ti serve?»
Elia continua a lavorare.
«A niente».
Arturo ride.
«Almeno lo sai»
«È già molto».
Arturo gli porge una granita. Elia beve. È troppo dolce.
«Se il mare non torna?»
Elia alza le spalle.
«La barca resta una barca»
«Senza acqua»
«Anch’io resto Elia senza Greta». Arturo smette di ridere. Elia gli restituisce il bicchiere. Alcune frasi vengono fuori senza permesso e quando sono uscite è troppo tardi per rimetterle dentro.
Una mattina Elia decide di camminare sul fondo. Non l’aveva mai fatto. Per sessantotto anni quello spazio era stato proibito ai suoi piedi. Prende una borraccia, mette del pane nello zaino e parte. Dopo cento metri trova una scarpa da donna. È rossa. La prende, la guarda, poi la lascia dov’è. Più avanti c’è un’ancora. Quindi una bottiglia. Poi il relitto di una piccola nave.
Elia passa una mano sulla fiancata. C’è ancora un nome, ma il sale se l’è mangiato per metà. Gli sembra triste. Una nave passa anni a portarsi dietro un nome e basta un po’ di tempo perché rimangano tre lettere.
Continua. Cammina per ore. La terra è molle in alcuni punti e dura in altri. Ogni tanto sente puzza di marcio. Non gli dispiace. Il mare profumava davvero soltanto nelle pubblicità. Verso sera vede qualcosa. All’inizio pensa sia una roccia. Poi distingue una finestra. È una casa. Una casa sotto il mare. O meglio, quella che era stata una casa sotto il mare. Era finita sott’acqua prima che lui nascesse. Greta gli aveva raccontato qualcosa. Un vecchio villaggio. Una frana. Elia non aveva ascoltato bene. Allora c’era sempre tempo per ascoltare meglio un’altra volta.
Entra. La porta non esiste più. Dentro c’è un tavolo storto, una tazza, un piatto rotto. Sul muro resiste una chiazza azzurra. Elia resta fermo. Pensa a tutte le volte che ha nuotato sopra quel posto senza sapere che sotto c’era una cucina. Una vita. Su quel tavolo qualcuno doveva aver mangiato. Magari aveva litigato con la moglie e una mattina uno dei due era uscito sbattendo la porta, dopo essersi detti cose inutili. Poi era arrivato il mare e aveva coperto tutto. Elia si siede. Capisce una cosa che preferirebbe non capire. Il mare, andandosene, non porta via soltanto. Scopre. È questo il problema delle perdite. Prima tolgono. Poi mostrano quello che avevamo lasciato sotto.
Quando Elia torna è notte.
Centotrentacinque.
Centotrentasei.
Centotrentasette.
Accende il faro.
La luce passa sopra il vecchio fondale. Per la prima volta Elia pensa che forse il faro non illumina ciò che deve arrivare. Illumina quello che è rimasto. Non sa se la differenza gli piace.
Passa del tempo. La città cambia. Nascono strade dove c’erano correnti. I bambini giocano a pallone tra le boe. Qualcuno costruisce una casa sul fondale. Qualcun altro dice che è pericoloso. Nascono due partiti. Uno si chiama IL MARE TORNERÀ. L’altro IL FUTURO È LA TERRA. Si odiano. Elia li trova confortanti. Se gli uomini riescono a organizzare una rissa anche sulla scomparsa dell’oceano, allora forse il mondo è ancora quello di prima.
Una mattina arriva al faro una bambina. Otto anni. Forse nove.
«Tu l’hai visto?»
«Cosa?»
«Il mare».
Elia la guarda.
«Sì».
Lei guarda il fondale.
«Era davvero tutto pieno?»
«Tutto»
«Fino a là?»
«Più in là».
La bambina stringe gli occhi.
«Non ci credo».
Elia sorride.
«Fai bene»
«Perché?»
«Perché i vecchi raccontano un mucchio di balle».
Lei ride. Poi indica la barca.
«Quella a cosa serve?»
Elia non risponde.
«Sai nuotare?», le domanda.
«No».
Quella risposta gli entra dentro più di quanto dovrebbe. Nel mondo della bambina saper nuotare non serve. Elia capisce allora che un giorno resterà una sola persona al mondo capace di ricordare il rumore delle onde. Poi morirà anche quella. Dopodiché il mare sarà soltanto una storia raccontata male.
Il tempo non cancella. Fa di peggio. Rende incredibile.
Quell’inverno Elia comincia a costruire una barca nuova. Non riparare. Costruire.
Arturo lo vede.
«Sei rincoglionito»
«Finalmente una diagnosi chiara»
«Sai quanto tempo è passato, Elia?»
«So contare»
«Troppo tempo senza mare».
Elia pialla una tavola.
«E quindi?»
«Quindi che ci fai con una barca nuova?»
Elia si ferma. Guarda il legno.
«Se sapessi che torna sarebbe facile»
«Cosa?»
«Costruirla».
Arturo scuote la testa.
«Non ti seguo»
«Nemmeno io».
Elia riprende a lavorare. Ed è forse per questo che continua. La costruisce lentamente. Non c’è fretta. Il mare, se deve tornare, non ha chiesto appuntamento. Alcuni giorni lavora sei ore. Altri venti minuti. Una mattina sbaglia un incastro e bestemmia così forte che due gabbiani si alzano dal tetto.
I gabbiani sono rimasti. Nessuno ha capito perché. Forse anche loro aspettano. Forse sono soltanto stupidi. Elia li rispetta per entrambe le possibilità. La sera continua con il faro.
Centotrentacinque.
Centotrentasei.
Centotrentasette.
La luce. Poi letto.
A volte sogna Greta. Nei sogni lei parla raramente. I morti hanno finalmente imparato quando stare zitti. Una notte invece sogna il mare. È tornato. Sale lentamente. Prima gli bagna i piedi. Poi arriva alle ginocchia. Elia entra. Ride. Si butta. E non sa nuotare. Muove le braccia male. Va giù. Cerca il fondo. Non lo trova.
Si sveglia seduto sul letto con il cuore che pesta come un ubriaco alla porta. Rimane lì fino all’alba. Quella mattina non va alla barca. La sera non accende il faro. È la prima volta. Dal paese nessuno viene. Questo gli fa male più del sogno. Resta seduto davanti alla casa. Il sole scende. Il faro rimane spento. Elia guarda la terra. Pensa che basta.
Non succede niente dopo. Nessuna musica. Nessuna rivelazione. Solo la parola: basta. Basta barche. Basta lampade. Basta aspettare qualcosa che forse non sa nemmeno di essere aspettato. Per qualche minuto si sente bene. È questo che lo spaventa. Va a letto presto. Dormendo non sogna niente.
Durante la notte piove. Poco. La mattina Elia esce. Davanti al faro c’è una pozza. La supera. Poi si ferma. Torna indietro. La guarda.
«Pioggia», dice.
Nessuno gli risponde.
Si inginocchia e mette due dita nell’acqua.
Perché? Non lo sa. Porta le dita alla bocca. Assaggia. Rimane immobile. Lo fa di nuovo. Salata. Poco. Ma salata.
Elia guarda l’orizzonte. Niente. Terra. Erba. Le vecchie boe. Nessuna onda.
Potrebbe esserci del sale nel terreno, oppure una falda. Potrebbe non significare niente. A settantotto anni ha imparato almeno questo: la speranza diventa pericolosa quando pretende di essere una prova.
Si alza. Non corre al paese e non chiama nessuno.
Sale.
Centotrentacinque.
Centotrentasei.
Centotrentasette.
Accende il faro.
È mattina e non serve. Lo accende lo stesso. Poi scende. Va alla barca. Prende la carta vetrata. Passa una mano sul legno. Una volta. Poi ancora. Per oggi può bastare.
