Negrita ad Alba Fucens: rock, ballate e viaggi nell’energia del ricordo
Gli amori di un’estate andata, gli occhi rossi e Kurt Cobain. C’è già tutto, o quasi, dentro “Non torneranno più”: il tempo che passa, la memoria di una generazione, quella malinconia che per qualche minuto attraversa il concerto dei Negrita ad Alba Fucens e si mescola all’energia di una serata costruita invece sul movimento, sull’ironia e sul piacere di ritrovarsi ancora una volta davanti a un palco.
Nell’anfiteatro romano, tra pietra antica e montagne, “La storia, i viaggi, le canzoni” – prologo di Festiv’Alba – diventa così qualcosa di più di una semplice sequenza di brani. È un attraversamento di oltre trent’anni di musica, dal nuovo album “Canzoni per anni spietati” ai classici che hanno accompagnato più generazioni, con il passato che riaffiora senza trasformare il concerto in una celebrazione nostalgica.
Paolo “Pau” Bruni, Enrico “Drigo” Salvi e Cesare “Mac” Petricich, affiancati da Giacomo Rossetti e Cristiano Dalla Pellegrina, costruiscono una serata che alterna impatto rock e momenti più raccolti, canzoni e racconto, memoria e sguardo sul presente. Una formula che Drigo aveva riassunto alla vigilia con poche parole: “Vogliamo riportare il pubblico a una dimensione umana”. Ed è stata probabilmente questa la chiave della serata. A cucire alcuni passaggi del racconto Gianmaurizio Foderaro, voce storica di Radio Rai.
Il concerto si apre sulle note di “Il gioco”, prima di affondare immediatamente nella storia della band con “Cambio”, il primo singolo. L’impatto è quello di un concerto rock vero, seppure costruito con una formazione abbastanza elastica da cambiare pelle durante la serata. In alcuni momenti tutti gli strumenti spingono insieme, in altri la musica si alleggerisce, lasciando spazio alle parole e a soluzioni più rarefatte.
È quanto aveva anticipato Drigo: la possibilità di “sparare colpi più forti” e, subito dopo, diventare “intimi e rarefatti”.
Talvolta, in questo tour, l’ingresso della band è accompagnato dalle note di “Calico Creek” di Steven Wilson, quasi una breve introduzione cinematografica prima che il racconto dei Negrita prenda possesso della scena.
Tra i momenti centrali arriva “Il libro in una mano, la bomba nell’altra”, una delle canzoni che meglio hanno resistito al tempo all’interno del repertorio dei Negrita.
Drigo, alla vigilia, l’aveva indicata come uno dei brani capaci di assumere un significato persino più forte con il passare degli anni: una canzone nata in una precisa stagione storica e rimasta attuale nel suo intreccio di religione, governi, interessi economici e potere.
Il filo conduce naturalmente a “Nel blu (lettera ai padroni della Terra)”, tratta da “Canzoni per anni spietati”. È qui che emerge lo sguardo scelto dalla band per leggere una contemporaneità sempre più divisa: immaginare di osservare la Terra da lontano, quasi con gli occhi di un astronauta.
“Un pianeta straordinariamente bello”, aveva detto Drigo, ma attraversato da divisioni che sembrano moltiplicarsi proprio mentre l’umanità avrebbe tutti gli strumenti per vivere diversamente.
“Hemingway” introduce un’altra delle anime storiche dei Negrita: quella del viaggio. La strada torna protagonista con “Rotolando verso Sud”, legata agli anni nei quali la band cercò fuori dal tradizionale universo anglosassone nuove contaminazioni e nuovi linguaggi.
Il Sud America, e soprattutto l’Argentina, non rappresentano nella storia dei Negrita soltanto un luogo geografico. Sono una parte della loro formazione musicale e umana, il punto in cui la curiosità per altre culture entra definitivamente dentro il loro rock.
Da lì il concerto torna verso alcuni dei brani più riconoscibili: “Che rumore fa la felicità?” e “Brucerò per te”.
Poi arriva “Non torneranno più”. Ed è qui che il tono della serata cambia per qualche minuto. Dentro un concerto allegro e partecipato entra una nostalgia generazionale fatta di estati finite, giovinezza e icone che appartengono ormai alla memoria.
Il riferimento a Kurt Cobain diventa quasi una coordinata temporale. Non soltanto un nome dentro una canzone, ma il segno di un’epoca vissuta da una band che ha attraversato gli anni Novanta senza restarne prigioniera.
È forse uno dei passaggi che meglio raccontano la natura dello spettacolo: celebrare una storia senza trasformarla in una commemorazione.
Tra i momenti più partecipati della serata arriva “Ho imparato a sognare”, uno dei brani che più facilmente trasformano il concerto in un canto collettivo.
Il rapporto con la grande tradizione della canzone rock prosegue con “Song to Dylan”. Bob Dylan resta uno dei riferimenti espliciti nell’universo dei Negrita, tanto nella scrittura quanto nell’idea che una canzone possa essere un modo per intervenire sulla realtà senza bisogno di trasformare ogni concerto in un comizio.
È uno dei temi affrontati anche nel dialogo con Drigo alla vigilia dello spettacolo. “L’artista è anche un cittadino e deve essere libero di parlare oppure di affidare il proprio pensiero alle canzoni”, aveva spiegato.
La parte finale riporta il concerto verso la sua dimensione più collettiva. Arrivano “Non esistono innocenti amico mio” e “Noi siamo gli altri”, quindi “Mama Maè”, con l’anfiteatro ormai completamente dentro il concerto, con il pubblico in piedi a ridosso di un palco senza transenne, quasi a toccare i musicisti.
Poi “Magnolia” e “Gioia infinita”, due titoli che condensano stagioni diverse della storia del gruppo ma continuano a funzionare come territori comuni tra la band e chi la segue da anni.
I saluti arrivano sulle note di “Splendida giornata” di Vasco Rossi, quasi una didascalia scelta senza troppa sottigliezza e proprio per questo perfetta dopo una serata del genere.
Il concerto di Alba Fucens ha avuto anche una dimensione solidale. Harmonia Novissima ha dedicato l’appuntamento a Valeria Mella, collaboratrice dell’associazione morta nel gennaio 2021 nella valanga sul Monte Velino insieme ad altri tre escursionisti.
Una parte dei proventi della serata sarà destinata ad Africa Mission di Avezzano per sostenere il dispensario sanitario “Valeria Mella” di Bekopaka, in Madagascar.
