Setak a CostellAzioni, le geometrie del ricordo trovano voce sul lago
29 Giugno 2026 Condividi

Setak a CostellAzioni, le geometrie del ricordo trovano voce sul lago

Quando arriva “Mane A’tj’”, Setak gira la testa da un lato. Dall’altra parte del lago, sull’orizzonte, c’è il Gran Sasso. Non è un dettaglio da cartolina. È quasi lo scenario naturale della canzone. Ad aprile, presentando il concerto benefico dedicato al padre che portava lo stesso titolo, aveva raccontato che “Mane A’tj’” significa “mani tue”, e che quel brano era nato per ricordare le mani grandi, le camminate in montagna, il freddo che da bambino sembrava sparire solo restando vicino a lui. Nella sua testa quella canzone era ambientata a Campo Imperatore. Poi, negli ultimi giorni del padre, quelle mani erano tornate davvero, da stringere, da tenere, da non lasciare.

Al Lago San Raniero, a due passi dall’area archeologica dell’antica Forcona, dentro CostellAzioni – Festival di identità aquilane, quel racconto trova un luogo che sembra aspettarlo. Il tramonto fa il resto, senza bisogno di aggiungere enfasi dove già bastano il paesaggio, l’acqua, le pietre e il profilo del Gran Sasso. Setak porta il suo repertorio in uno degli spazi più evocativi del territorio aquilano, nel programma dell’Aquila 2026 Capitale italiana della Cultura. Le sue canzoni partono dal dialetto abruzzese, ma non restano chiuse nel dialetto. Lo usano come casa, come punto di partenza, come lingua affettiva, come metrica alternativa.

Prima del concerto, Emanuele Colandrea apre con alcune canzoni nel pre-set. Una soglia discreta, utile a preparare l’ascolto. Poi resta sul palco alla batteria nella band di Setak, al secolo Nicola Pomponi, insieme ad Alessandro Chimenti alle chitarre, Fabrizio Cesare al basso e Nazzareno Pomponi alle tastiere. Una formazione solida, mai invadente, che accompagna le canzoni lasciando spazio alla voce, ai testi e ai passaggi strumentali.

Setak entra con “Troppe Parole”, quasi una dichiarazione preventiva. Perché poi, durante il concerto, le parole ci sono eccome, ma non pesano. Passano da “Marije” a “Zitta Zitte”, da “La Fame e la Sete” a “L’Erba ’Nzi Fa Pugnale”, fino a “Quanda Sj’ Fforte” e “Pane e ’Ccicorje”. Sono brani che parlano del tempo che passa, della restanza, di chi vive lontano da casa e continua comunque a portarsela addosso. Una dimensione sospesa, fatta di partenze, ritorni, ricordi che non diventano nostalgia facile perché dentro conservano fame, ironia, malinconia e vita quotidiana.

Setak si presenta anche come quello che, ai tempi delle spaghettate universitarie fuori tempo massimo, tirava fuori la chitarra alle due di notte. È il suo modo di stare sul palco: diretto, confidenziale, senza perdere cura nella scrittura. Solo che intanto le canzoni sono cresciute, gli arrangiamenti hanno preso corpo, la band tiene insieme misura e intensità. Il risultato è una musica che resta legata alla radice, ma prende aria tra gli alberi, il lago e i rilievi sullo sfondo.

Nel cuore del concerto arrivano “Càmine”, “Alé Alessa’”, “Lu Ride e Lu Piagne”, “Di Chi ’Ssi Lu Fije?”, “Aspitte Aspitte”, “Curre Curre”, “Assamanù”. Ogni brano aggiunge un pezzo a una geografia sentimentale riconoscibile anche da chi non afferra ogni parola. Il dialetto, qui, non è folklore da teca, né souvenir regionale con la calamita attaccata male. È materia viva. Racconta padri, madri, case, lavori, distanze, scherzi, dolori. E proprio per questo arriva anche fuori dal suo perimetro linguistico.

“Figli della Storia” arriva senza la parte parlata di Simone Cristicchi e resta più nuda, affidata alla voce e alla sua traiettoria. Poi, nel finale, Setak intercetta al volo una richiesta dal pubblico e improvvisa “Cumbà”. Basta uno sguardo, appunto. Come dice la canzone: “cja ’vaste ’nu sguarde / e cj’aveme capite”. In fondo il concerto sta tutto lì, in quella forma di intesa rapida tra chi suona e chi ascolta.

Il bis è “Pane e ’Ccicorje”, brano che negli ultimi tempi Setak ha portato anche a “Propaganda Live” e che dal vivo continua a funzionare come una piccola festa collettiva, senza perdere la sua vena domestica. Il pubblico la riconosce, la segue, la lascia andare. Sopra, il buio ha ormai preso il posto del tramonto. Davanti resta il lago. Più in là, il Gran Sasso.

CostellAzioni voleva portare il programma dell’Aquila 2026 nei luoghi fondativi del territorio, trasformando frazioni e paesaggi in palcoscenici di cultura viva. In questa serata l’idea prende corpo in un concerto che tiene insieme identità e apertura, memoria e presente, radici e movimento. Setak canta l’Abruzzo senza chiuderlo in Abruzzo. E forse è proprio qui la sua forza: guardare casa da vicino, con melodie capaci di arrivare lontano.

di Fabio Iuliano – fonte: L’Aquila Blog