Intervista, Aprea a Performative 06
11 Settembre 2026 Condividi

Intervista, Aprea a Performative 06

La politica offre già uno spettacolo tale da mettere in difficoltà chi deve farne satira. Valerio Aprea lo osserva ogni volta che una notizia sembra togliere spazio all’invenzione: «La realtà spesso e volentieri supera la satira». L’attore di “Boris” e della trilogia “Smetto quando voglio”, volto dei monologhi di “Propaganda Live”, sarà domenica alle 18 al Maxxi L’Aquila con “Il (vero) problema di questo Paese”. Il libro, di Marco Dambrosio, in arte Makkox, con Valerio Aprea, pubblicato da Solferino, raccoglie 34 monologhi televisivi rielaborati per la pagina. Nel racconto che dà il titolo al volume, un passaggio a livello diventa la presunta origine di tutti i mali italiani. L’incontro, in programma nella sala della voliera, rientra nella sesta edizione di “Performative”, che comincia stasera nella corte di Palazzo Ardinghelli: alle 20 “Il combattimento tra Orazi e Curiazi” di Giorgio Battistelli, alle 21.30 il live set di Metonimia, duo di Carlo Giampaolini e Matteo Leoncini. Fino a domenica, cinquanta appuntamenti gratuiti a cura di Fanny Borel e Oscar Pizzo. Tra gli omaggi quelli a Philip Glass, Daniele Lombardi e Ziad Antar; nelle sale anche John Cage e il “Poema sinfonico per 100 metronomi” di György Ligeti.

Aprea, cosa aspettarci dall’incontro?

«Il libro fa da pretesto, come se fosse una presentazione. In realtà è un’occasione per parlare, raccontare i retroscena, il mio approdo alla trasmissione, il rapporto con la scrittura e con Makkox. Diventa un momento di confronto con il pubblico, corredato dalla lettura di tre monologhi contenuti nel libro».

Le capita di leggere una notizia e pensare che sia già un monologo?

«Accade ormai con grande frequenza, specie da quando sono approdato alla trasmissione e ho iniziato a collaborare con Makkox. Ho mutuato da lui questa inclinazione. Dietro ogni spunto riesce a vedere la possibilità di elaborarlo in forme metaforiche, iperboliche, comiche. Gli spunti possono essere talvolta miei, talvolta suoi. Lui li elabora, io collaboro nella rifinitura, nell’editing, nella messa a punto».

L’aggressività del dibattito pubblico attuale rende più difficile far ridere?

«Abbiamo fatto anche monologhi che stigmatizzavano proprio il meccanismo dell’aggressività del linguaggio. Il problema è che la realtà spesso e volentieri supera la satira, fornisce comportamenti talmente inqualificabili che la satira viene quasi surclassata. Lo spettacolo che offre la politica oggigiorno è tale da fare concorrenza a chi deve fare spettacolo della politica».

Qual è il suo rapporto con il politicamente corretto?

«È un argomento che mi interessa poco. I parametri da osservare, per decidere di proporre contenuti, riguardano per me una forma di intelligenza. È quella che permette di veicolare contenuti al di là del politicamente corretto o scorretto. Per me è dirimente l’intelligenza. Se si tende all’elevato ci si può permettere anche lo scorretto».

“Smetto quando voglio” raccontava una generazione preparata e poco riconosciuta. È cambiato qualcosa nel modo in cui il paese tratta le competenze?

«Temo di no. Non ho le competenze per dirlo in termini tecnici, ma così, a naso, a pelle, mi sembrerebbe di no. Non credo siano cambiate molto le cose nella valorizzazione delle competenze, dei talenti, delle nostre eccellenze. Rimane un paese piuttosto complicato».

Sull’intelligenza artificiale, l’allarme arriva anche da chi ci lavora: è di questi giorni la notizia che il ricercatore Jacob Coxon ha lasciato Anthropic denunciando i rischi della corsa verso sistemi sempre più potenti. Come guarda a questi avvertimenti?

«Mi sembra che l’umanità si comporti come quelli che decidono di vivere sopra una faglia sismica. L’umanità non ha memoria, non fa tesoro degli errori del passato».

Per chi la ascolta dall’Aquila, quella della faglia sismica non è soltanto una metafora, soprattutto dopo questi diciassette anni.

«Capisco. È come se l’umanità fosse perennemente adolescente: finché non si scotta non crede di potersi bruciare. Sta a un millimetro dalla fiamma e dice: mica mi brucerò. Poi la fiamma si alza. Continuiamo a dire: sì, vabbè. Poi c’è uno che si alza e ci avverte: io sono più portato a credere a lui che a tutti noi».

Lei che rapporto ha con L’Aquila?

«Ci sono già stato più volte privatamente. Circa un anno fa sono venuto al Muspac per un incontro sui testi di Mattia Torre».

di Fabio Iuliano – intervista uscita anche sul Centro