Giulia Mei: “L’educazione affettiva attraverso la musica”
2 Novembre 2026 Condividi

Giulia Mei: “L’educazione affettiva attraverso la musica”

Il pianoforte studiato in conservatorio, le canzoni di De André scoperte a scuola, la passione per il cantautorato francese, l’elettronica che oggi entra nella scrittura. Giulia Mei (vero nome Giulia Catuogno) lavora al nuovo album e difende la libertà di cercare altre strade dopo il successo di Bandiera. Domenica 8 novembre alle 19 sarà al Fla con Paolo Talanca per l’evento Tra parole e musica. Cantautrice e pianista palermitana, laureata al Conservatorio Bellini e attiva a Milano dal 2022, ha esordito nel 2019 con Diventeremo adulti, finalista alle Targhe Tenco. Nel 2021 ha vinto “Genova per voi”, ottenendo un contratto editoriale con Universal Music Publishing Ricordi. Bandiera, uscita nel 2023, è passata da X Factor al Concertone del Primo Maggio.  Nel 2025 è arrivato il secondo album, Io della musica non ci ho capito niente.

Giulia, si riconosce nella nuova scena delle cantautrici? «Mi sento parte di questa bellissima onda di cantautrici, di donne che fanno musica, che producono musica, che fanno sentire la propria voce. Ognuna a modo proprio, con il proprio genere, con i propri strumenti, con le proprie parole. Questa varietà probabilmente è la cosa più interessante che abbiamo portato».

Quando ha sentito che Bandiera non apparteneva più soltanto a lei? «Quando ho visto che le persone cantavano queste canzoni anche quando io non ero presente. È accaduto molto spesso con Bandiera, nelle manifestazioni, nelle piazze. Ha preso la sua strada e io le auguro di prendere qualsiasi strada voglia. Sono dell’idea che le canzoni non sono mai solo di chi le scrive».

Il successo crea aspettative sul nuovo album? «Voglio proteggere sempre quella libertà di scrittura che non si pone il problema di dinamiche che arrivano dopo o sono esterne. Mi auguro di poter continuare a scrivere nuova musica, sempre facendo onore a quello che voglio dire, a quello che voglio raccontare nelle canzoni e prima di tutto alla musica».

Come dà peso alle parole sul palco? «Nella mia musica le parole hanno un peso fondamentale, anche nell’interpretazione. La parola non è solo una parola: per me è anche un gesto, un modo di muoversi sul palco».

Quali ascolti l’hanno formata? «Di Cohen, un brano che mi ha aperto la testa e che ho anche tradotto è Chelsea Hotel. De André è stato il primo cantautore che ho ascoltato nella mia vita, a scuola, grazie a una maestra. La prima canzone è stata La guerra di Piero. Di Vecchioni sceglierei un disco, Il cielo capovolto».

Che cosa la colpisce di questa canzone? «Mi piace molto, perché lui si è messo da un punto di vista femminile. È successo anche ad altri autori, con successo o meno, però la delicatezza con cui Vecchioni lo fa in questo disco mi piace moltissimo».

Ricorda quella maestra? «Angela. Ricordiamo sempre gli insegnanti e le insegnanti che ci lasciano qualcosa di importante. Credo che anche l’educazione in senso affettivo possa passare molto dalla musica».

L’elettronica entra già nella composizione? «Ultimamente è anche un elemento più strutturale delle canzoni, uno dei primi elementi da cui parto. Anche grazie all’elettronica ho riscoperto la libertà della musica classica, che ho sempre vissuto al conservatorio quasi come un mostro sacro intoccabile. Invece la musica contemporanea, la musica novecentesca, è una musica completamente libera e di rottura».

di Fabio Iuliano – intervista uscita anche sul Centro