Sacco canta Guccini: “Cercherò di portare il suo spirito sul palco”
«Non farsi domande è comodo. E Guccini, comodo non lo è affatto». Danilo Sacco parte da qui: dal fastidio di guardarsi dentro, riconoscere i propri limiti, provare a superarli, trascendere in qualche modo. È questo che si sta preparando a portare nei teatri con Danilo Sacco canta Guccini, insieme alle canzoni che interpreta da una vita. «Cercherò di portare sul palco anche il suo spirito, quello che mi ha lasciato, quello che mi ha insegnato». Per spiegarlo tira in ballo il professor Keating, il docente interpretato da Robin Williams, in quel capolavoro di Peter Weir che è L’Attimo fuggente: «Siamo membri della razza umana, e la razza umana è fatta di passioni». Poi torna al presente: «Se c’è un momento in cui abbiamo bisogno di poesia è questo». Il tour celebrativo del cantautore scomparso la scorsa estate, con il quale Sacco aveva un rapporto professionale e personale, partirà il 23 gennaio 2027 dal Teatro La Quattordicesima di Milano. Otto le date già fissate, tra cui Roma, il 26 marzo alla Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica. Nessun appuntamento abruzzese per ora, ma il calendario resta aperto. Sacco, voce dei Nomadi dal 1993 al 2011 e da anni legato alla Marsica, ha continuato a cantare Guccini con i Musici e nei concerti da solista. «Queste sono solo le prime date fissate, sicuramente ci saranno altri teatri. Dove non posso dirvelo perché non lo so. È tutto in divenire, ma non è finita qui».
Che cosa vuole portare sul palco del rapporto con Guccini? «Sicuramente ci saranno dei racconti. Cercherò di rimettere sul palco non solo la musica di Francesco, ma anche il suo spirito, quello che mi ha lasciato, quello che mi ha insegnato. Queste canzoni sono intrise di spirito, di poesia. Nel mio piccolo cercherò di portare questo, oltre alla musica immortale».
Quali brani rappresentano meglio questa idea? «La scaletta sarà una bella sorpresa. Però Guccini non era solo canzoni sociali: erano anche canzoni d’amore splendide. Lettera, Vorrei. Rappresentavano un suo percorso estremamente intimo, estremamente dolce, che non va assolutamente sottovalutato. E poi la Locomotiva ancora viaggia».
C’è una canzone che continua a sorprenderla quando la canta? «Il vecchio e il bambino è ancora una delle canzoni più belle del ventesimo secolo. Non è un caso che dopo decenni la proponga tutte le sere sul palco e ottenga un successo clamoroso. È poesia in ballata. Ma ascoltate bene anche L’ultima Thule, è di una bellezza inimmaginabile. E andando indietro ci sono Vedi cara, Eskimo, Autogrill. Possiamo stare a suonare venti sere. Ogni canzone racconta un periodo particolare, che va affrontato, analizzato e cantato con la massima poesia possibile».
Anche lo sfogo dell’Avvelenata troverà spazio? «Questo lo posso assicurare: sarà sicuramente presente nel repertorio. È uno sfogo, può essere anche un po’ invasivo, ma ci sta. Perché ciascuno di noi ha un’Avvelenata, quindi perché negarla?».
Tra i versi di Guccini c’è il coraggio di farsi domande consuete e inconsuete, come il cardinale Zuppi ha ricordato nel suo ultimo saluto. «Soprattutto il coraggio. Viviamo in un periodo un po’ strano: non farsi domande è comodo. Guccini non è comodo. Devi avere il coraggio di guardare dentro te stesso, di ammettere i tuoi limiti, ma di non temerli. È un grande insegnamento. Se fossimo perfetti, che bisogno avremmo di guardare oltre? Che bisogno avremmo di migliorarci?».
Intanto la musica si confronta con l’intelligenza artificiale. Come vive questo cambiamento? «L’industria musicale sarà fortemente condizionata e questa cosa mi fa paura. Però, per quanto ne so, ci sono cose che l’intelligenza artificiale non può raggiungere: la creazione e la genialità. Può farlo per imitazione, non per creazione. Speriamo che si ricordi delle tre leggi di Asimov, ossia non fare del male agli esseri umani né lasciare che subiscano danni; obbedire ai loro ordini, senza violare la prima legge; proteggere la propria esistenza, senza violare le prime due».
E il palco resta il luogo dove si sente la differenza? «Io ci provo, ci proviamo tutti noi musicisti. Già l’esperienza del concerto è falsata dai telefonini. Fanno bene quelli come Bob Dylan a vietarli all’ingresso. Al momento, comunque, è impossibile che un ologramma possa sostituire l’essere umano. Un domani faccio fatica a immaginarlo, non lo so».
di Fabio Iuliano – intervista uscita anche sul Centro

