Tre quarti di Guinness
11 Settembre 2026 Condividi

Tre quarti di Guinness

Erano gli anni Novanta e certe cose costavano poco, altre moltissimo. La Guinness rientrava nella seconda categoria. Tremila, forse quattromila lire a lattina. Per noi bastava questo a trasformarla in un bene di lusso.

Io, Simone e Antonello stavamo spesso sul tetto di un palazzo di dieci piani. La chiave non era nostra. L’avevamo presa a un’amica che non voleva farcene fare una copia. Sarebbero bastati pochi spicci dal fabbro, ma vuoi mettere l’originale?

Quel tetto era il posto dove si andava quando non si sapeva bene dove andare.

Una sera Simone dice che ha un’idea. “Io della Guinness sono ghiotto”, ripete. Non nel senso che ogni tanto gli piace berla. Nel senso che se ne trova una davanti, comincia subito a calcolare quante ne potrebbe comprare e quante no.

L’idea è questa: prendere le lattine, svuotarle in una bottiglia di cola economica e pagare la cola.

Non Coca-Cola. Sottomarca. Nella nostra testa, questo dettaglio rendeva il piano ancora più conveniente.

La bottiglia costava meno di mille lire. Dentro ci sarebbero finite tre o quattro Guinness. Il conto tornava, almeno dal punto di vista economico

Prima cosa: svuotare la cola. Ci guardiamo intorno. Non possiamo berla. Non possiamo versarla per terra. Non possiamo andare da una commessa e dire: “Scusi, dove butto un litro di bibita, devo riempire la bottiglia di birra”.

Troviamo una pianta. Una di quelle da supermercato messe lì per rendere meno triste l’ingresso. Versiamo tutto nel vaso. Un litro. La terra assorbe. La pianta non protesta. È l’unica, in tutta la storia, a comportarsi con dignità. Sul momento ci sembra un buon segno.

Poi serve il carrello. Ne prendiamo uno e lo riempiamo di roba che non compreremo: confezioni a caso, cose utili solo a creare un po’ di confusione visiva.

In mezzo, i tovaglioli. Molti. All’inizio servono per coprire. Poi cambiano funzione. Poi diventano indispensabili.

Prendiamo anche un imbuto. Non ricordo quale reparto lo vendesse, ma il supermercato era uno di quelli un po’ sfigati, corsie strette, luci brutte, scaffali senza una logica chiara. L’imbuto compare a un certo punto e noi lo prendiamo come se avesse fatto parte del piano fin dall’inizio.

Apriamo la prima Guinness. La versiamo. O almeno ci proviamo.

La lattina ha dentro quella pallina che simula l’effetto della birra alla spina. Questo lo sappiamo. Quello che non sappiamo è quanto quella pallina rompa i coglioni quando devi svuotare la lattina dentro un imbuto.

La Guinness esce piano. Poi si ferma. Inclini. Aspetti. Scuoti un po’. Esce ancora. Poi niente. Nel frattempo cola sulla mano. Poi sul carrello. Poi a terra.

Apriamo i tovaglioli. Puliamo. Continuiamo.

Seconda lattina, stessa storia. Terza, peggio. A quel punto il travaso è finito da un pezzo. Stiamo asciugando più birra di quanta ne riusciamo a mettere nella bottiglia.

Il pavimento è appiccicoso. I tovaglioli finiscono in fretta, ne apriamo altri. Alcuni prodotti nel carrello sono bagnati. L’imbuto è unto di birra e cola. Noi tre ci muoviamo con quella calma eccessiva di chi cerca disperatamente di sembrare normale.

Ogni tanto passa qualcuno. Smettiamo. Guardiamo uno scaffale, come se fossimo interessatissimi ai biscotti. Poi quello passa e ricominciamo.

La bottiglia sale piano. Metà. Un po’ più di metà. Tre quarti. Lì ci arrendiamo. Non per senso morale last minute. Per stanchezza, e perché a forza di versare Guinness dentro una bottiglia di cola ci siamo accorti che il tempo, anche negli anni Novanta, passava lo stesso.

Tocca a me andare alla cassa.

Arrivo con la bottiglia. La cassiera la prende, la guarda, la gira.

“Ma questa è già aperta”.

“No no, l’ho presa così”.

La cassiera mi guarda con quell’espressione che hanno le persone quando capiscono che davanti a loro non c’è un criminale.

C’è un cretino.

“Allora vai a cambiarla, no?”

E qui il problema si apre. Perché quella bottiglia, ormai, non è più intercambiabile. Dentro ci sono tre quarti di Guinness, mezz’ora di lavoro, diversi pacchi di tovaglioli e una quantità di tensione che non si rimette semplicemente sullo scaffale.

“No. Voglio questa”.

La cassiera mi guarda ancora. Non insiste. Pago. Esco.

Nessuno ci ferma. Questa è ancora oggi la parte meno credibile.

Torniamo sul tetto. La città sotto. La bottiglia in mano.

La apriamo. La Guinness è calda, sgasata. Sa un po’ di cola, un po’ di plastica, un po’ di errore.

La beviamo. Fa schifo. Ma ormai è nostra.

E soprattutto l’abbiamo pagata meno di mille lire. Che, a quell’età, era un argomento sufficiente per bere praticamente qualsiasi cosa.