Nduccio, oltre mezzo secolo di risate
1 Agosto 2026 Condividi

Nduccio, oltre mezzo secolo di risate

«In quarant’anni abbiamo perso una semplicità atavica, tipica del nostro modo di essere, sia sulla montagna sia sul mare, senza acquistare in cambio la cultura necessaria». Germano D’Aurelio, in arte ’Nduccio, guarda all’Abruzzo con l’affetto di chi lo racconta da oltre mezzo secolo, ma senza indulgenza. Nei suoi 53 anni di attività ha attraversato piazze, teatri e paesi, osservando da vicino i cambiamenti della regione, della politica e del pubblico. La comicità, nel suo percorso, resta uno strumento per leggere la realtà e tenere a distanza la malinconia.

In quarant’anni è cambiato di più l’Abruzzo o il modo in cui racconta se stesso?

«L’Abruzzo è cambiato tantissimo. Sono cambiate le realtà politiche e sociali, è cambiata la cultura. Eravamo un popolo dimesso, ma dotato di una grande saggezza».

A che cosa si riferisce quando parla di saggezza?

«Una volta ci si imbatteva più spesso in persone con poca scolarizzazione, ma con una conoscenza profonda della vita. La saggezza era un tratto dei nostri popoli. Dico “popoli” perché gli Abruzzi erano tante realtà diverse. Poi è arrivata la “o” finale, ma in realtà siamo ancora tanti territori, con storie e identità differenti».

Le divisioni tra L’Aquila, Pescara, Chieti e Teramo sono ancora così forti?

«Molto meno di quanto si racconti. Le rivalità appartengono spesso allo stadio e alla retorica. Durante il terremoto ho avuto modo di capire quanta fraternità ci fosse tra L’Aquila e Pescara. In cinquantatré anni di lavoro ho costruito legami con tantissimi paesi. Ci sono luoghi nei quali scendo dalla macchina e ritrovo subito persone, ricordi e rapporti ancora vivi».

La politica abruzzese offre ancora personalità riconoscibili?

«Non abbiamo più molto di realmente identitario. Anche quando emergono nomi riconoscibili, poi si appiattiscono su idee che non sono realmente nostre. Per fare politica servono molto tempo e molta energia, ma chi riesce ad arrivare a un certo livello spesso non ha avuto il tempo di conoscere, studiare e capire da dove viene».

E quando arriva nelle istituzioni?

«Quando comincia a frequentare le aule importanti non ha più tempo per guardarsi indietro e ricordare da dove viene».

I politici sanno ancora accettare una battuta?

«Dipende dalle persone. Io non cerco mai lo scontro e non faccio critiche personali. Scherzo con i politici che so essere capaci di scherzare, perché non tutti accettano. Ci sono diversi permalosi ed è un difetto trasversale. Una persona intelligente ti permette anche di fare una provocazione, perché sa incassare e può usarla per aprire un confronto. Altri fanno un sorriso di circostanza oppure cercano di svicolare».

Ha mai ricevuto pressioni dopo una battuta?

«Qualche volta qualcuno può essersela presa, ma chi mi conosce sa quale sia il mio spirito. Io cerco la risata e, quando è possibile, anche l’ironia capace di provocare una riflessione. Alcuni accettano, altri se la tengono. Fa parte del gioco».

La comicità attraversa una fase di crisi?

«Non credo ci sia una crisi della comicità. C’è una crisi di intelligenza. C’è difficoltà nel creare un ambiente e nel portare un gruppo di persone a divertirsi. C’è molta distrazione, molto rumore, molta finzione e poca sostanza. Però, quando un cabarettista con un microfono riesce a far sognare, riesce anche a far ridere».

Il pubblico è cambiato?

«Certamente. A volte mi faccio problemi e penso che una battuta sia vecchia o già conosciuta. Poi, quando scendo dal palco, capisco che la gente ha bisogno soprattutto di vivere quel momento. Una battuta può essere vecchia o nuova: conta la capacità di ricreare l’atmosfera giusta».

Nel suo caso quanto conta il ritmo?

«Il ritmo è alla base della comicità, oggi più che mai. Una volta la pausa aveva più spazio. Oggi il pubblico richiede maggiore velocità. Alcuni colleghi romani lavorano quasi scientificamente, con una battuta ogni dodici secondi. Io sono calibrato su una battuta ogni venti secondi, ma non me ne faccio un problema. Se sto raccontando una storia e per mezzo minuto il pubblico non ride, va bene lo stesso».

Ha detto più volte di essere una persona malinconica. È una contraddizione per un comico?

«No, perché tutti i comici veri sono così. Il comico è una persona malinconica che ha bisogno di ridere. Il primo a dover ridere è lui. Costruisce la battuta per divertirsi e poi scopre che quella stessa battuta fa divertire anche gli altri».

La comicità serve quindi a proteggersi?

«Serve ad allontanare la malinconia e, portando il ragionamento all’estremo, anche l’idea della morte. Può sembrare tragico, ma è così. Ogni risata, in fondo, è una risata che facciamo davanti alla morte».

Che rapporto ha avuto il Centro con il suo percorso?

«Il Centro è stata ed è la voce più presente nel racconto dell’Abruzzo. È il giornale che ha raccontato di più, anche per numero di pagine e di argomenti. Per me è sempre stato un punto di riferimento. Ho avuto un buon rapporto con molti direttori e giornalisti, ma non ho mai cercato visibilità».

Ricorda il primo articolo importante dedicato a ’Nduccio?

«Il titolo era più o meno “’Nduccio, anima e cuore del folk abruzzese”. Mi riempì di orgoglio e di gioia perché non l’avevo chiesto. Non sono abituato a mandare comunicati stampa, neanche quando esce un disco o arriva una serata importante. Non lo feci neppure quando Renzo Arbore mi chiamò a lavorare con lui su Rai 1. Il Centro, invece, è stato sempre attento».

di Fabio Iuliano – articolo uscito anche sul Centro nello speciale per i 40 anni

 

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