“Mane a’tj'”: Setak, dal dolore alla musica
Il titolo è già una ferita e insieme un modo per restare in piedi. Mane a’tj’ (mani tue), secondo brano di Blusanza, l’album d’esordio, è anche il nome del concerto che Setak porterà mercoledì 8 aprile al Teatro Massimo di Pescara, nelle ore in cui suo padre avrebbe compiuto 70 anni. L’intero ricavato sarà devoluto all’Hospice di Pescara, la struttura che ha accompagnato gli ultimi giorni della malattia con una cura capace di lasciare un segno profondo in chi ci è passato. Tempo fa Setak aveva scritto sui social: «Te l’immagini papà che non torna?». Da bambini, aveva raccontato, il lunedì era la paura e il venerdì la gioia del ritorno da Roma, dove il padre andava a lavorare ogni settimana partendo da Penne. Poi quel ritmo si è spezzato. Suo padre, l’ingegner Vincenzo Pomponi se n’è andato proprio di venerdì, il 6 giugno dello scorso anno. «Siamo rimasti a metà», ha scritto, parlando di sé, della madre e del fratello Nazzareno. È anche da lì che nasce questa serata: da un’assenza privata che si fa memoria condivisa e gesto concreto. Dentro questa serata c’è quel vuoto, ma non viene messo in mostra. Resta nei dettagli, che sono quelli che contano davvero: nelle mani grandi che da bambino gli facevano passare il freddo, nei viaggi, nei silenzi, nei paesaggi d’Abruzzo che tornano come una geografia affettiva. E in una canzone che esisteva già, scritta quando il padre era ancora vivo, e che oggi diventa il centro emotivo della serata. Sul palco ci sarà una formazione speciale: con Setak ci saranno Roberto “Bob” Angelini alle chitarre, Emanuele Colandrea alla batteria, Nazzareno alle tastiere e Fabrizio Cesare, produttore e bassista. A loro si aggiungerà un quartetto d’archi e ci saranno anche ospiti, tra cui la violista Flavia Massimo. Una formazione costruita per dare profondità e corpo a una sera che nasce da un dolore personale, ma prova ad allargarsi fino a diventare qualcosa di utile anche per gli altri.
Partiamo da qui. Cosa ha fatto questo dolore al suo vissuto e al suo modo di far musica?
«Mi ha bloccato completamente. Non solo le gambe, proprio la testa. È una cosa difficile anche da chiamare “dolore”, è qualcosa che ti attraversa tutto. Oscillo tra le piccole euforie della vita e la voglia di lasciarmi andare. Sto scrivendo, ho scritto anche tanto, ma ogni volta che provo a chiudere qualcosa arriva uno strappo troppo forte e mi fermo. Non sono ancora pronto. Ero uguale a mio padre, anche fisicamente, come si vede dalle fotografie che abbiamo usato per la locandina della serata».
Mane a’tj’. Il titolo della serata nasce da lì..
«Vuol dire “mani tue”. È una canzone che avevo scritto per mio padre quando era in vita. Me lo ricordo da piccolo, queste mani enormi. Quando andavamo in montagna mi rassicuravo così, vicino a lui non sentivo nemmeno il freddo. Quella canzone è ambientata a Campo Imperatore, nella mia testa. Poi, negli ultimi giorni, mi sono ritrovato a tenergli sempre le mani. È stato naturale tornare lì, a quel titolo».
La scelta di legare il concerto all’Hospice?
«È la struttura che ha ospitato nostro padre. All’inizio non volevo nemmeno sentirne parlare. Avevo un’idea completamente sbagliata. Poi ci siamo arrivati, anche grazie a chi ci ha consigliato, e abbiamo trovato un’accoglienza che ha superato ogni pensiero. Ci siamo sentiti protetti. È una realtà illuminata. L’unica cosa che potevo fare era questa: usare quello che so fare per restituire qualcosa».
Ha detto una cosa molto forte: tutti parlano di qualità della vita, ma non della qualità della morte.
«Sì. Io ho visto che quando una persona si ammala entra in una dimensione diversa, come se smettesse di esistere nel mondo di prima. E lì capisci tante cose, anche i limiti della sanità. Ma capisci pure cos’è il vero progresso. Pasolini parlava della differenza tra sviluppo e progresso: ecco, per me il progresso è quando tutti hanno la possibilità di essere accompagnati così, con dignità. Non solo chi è fortunato».
Che concerto sarà?
«Faremo di tutto per non appesantire. Il messaggio è già forte, non serve caricarlo ancora. Saremo in cinque, con la band, più un quartetto d’archi e qualche ospite. Poi molto dipenderà da quello che succede sul palco. Io amo l’improvvisazione. Partiamo in un modo, poi magari esplodiamo, magari no. Vediamo cosa succede».

