Palazzo Benedetti, il jazz si muove tra sax, corpi e opere d’arte
Il soffio del sassofono, una chitarra spinta fuori dal suo suono abituale, i movimenti dei danzatori a pochi passi dal pubblico. Poi la tromba solitaria, le voci e le piccole percussioni. Palazzo Benedetti ha attraversato le due giornate del “Jazz italiano per le terre del sisma” trasformando il cortile di via Sassa in uno dei laboratori più raccolti della manifestazione. Sei appuntamenti, quasi tutti costruiti su organici minimi, nei quali ogni nota restava esposta.
Alle spalle dei musicisti continuava il percorso nelle arti visive. I volti dipinti da Maria Gabriella Ludovici, le strutture di Alik Cavaliere, il ricordo ancora recente degli arazzi tessili di Simona Marziani. Linguaggi diversi riuniti in uno spazio nel quale il tema dell’edizione, “Riflessi”, diventava qualcosa di concreto.
Il programma di sabato è cominciato con Alberto La Neve. Il sassofonista ha lavorato anche sulla componente ritmica dello strumento, usando respiro, colpi di lingua e beatbox per costruire pulsazioni e linee sovrapposte. Intorno al suono si è sviluppata la performance del Centro studi danza L’Arabesque: il gesto seguiva gli scarti dell’improvvisazione, poi se ne allontanava.
Poi è arrivata la chitarra di Massimo Garritano, ancora in dialogo con i danzatori dell’Arabesque. Corde, risonanze, silenzi e frammenti ritmici hanno preso il posto della forma chiusa. Garritano ha trattato lo strumento come un piccolo insieme, alternando fraseggio, percussioni sulla cassa e aperture più astratte.
La chiusura del primo pomeriggio è stata affidata al sax di Rosario Giuliani. Il suo assolo ha portato nel cortile una scrittura più serrata: accelerazioni improvvise, note tenute, cambi di registro e passaggi nei quali il virtuosismo non diventava semplice esibizione tecnica. Il suono si allargava sulle pareti del palazzo e tornava al pubblico con un’altra profondità.
Domenica Palazzo Benedetti ha cambiato timbro. Luca Aquino ha presentato “Icaro”, progetto nato per tromba sola ed elettronica. Una vera azione sonora costruita sulle caratteristiche acustiche dei luoghi: poche note, respiri udibili, echi e sovrapposizioni generate dal vivo. La tromba sembrava misurare il cortile prima di riempirlo, lasciando al silenzio lo stesso peso della musica.
Con “Folkways” sono entrati la voce di Costanza Alegiani, il sax di Marcello Allulli e la chitarra elettrica di Edoardo Ferri. Il trio ha lavorato sulla materia della canzone e sulle sue radici, aprendola all’improvvisazione. La voce teneva insieme racconto e melodia; sax e chitarra la attraversavano con interventi asciutti, distorsioni leggere e cambi di intensità.
Il finale delle è appartenuto a “Dois”, formato da Maria Laura Bigliazzi e Francesco Petreni. Voce, chitarra e piccole percussioni hanno spostato il baricentro verso la musica brasiliana. Il ritmo passava continuamente da uno strumento all’altro: un colpo sulla pelle, una frase cantata, l’accordo della chitarra e poi di nuovo la voce, utilizzata anche come elemento percussivo.

