L’Aquila e la psicologia dei non-luoghi
9 giugno 2017 Condividi

L’Aquila e la psicologia dei non-luoghi

Chissà se L’Aquila rientra tra i non-luoghi descritti da Bob Dylan nella sua “lecture” da premio Nobel. Sembra certo, comunque la si veda, che il contesto del post-sisma, sovrapposto a una condizione socioeconomica già di per sé delicata, non facilita affatto l’aggregazione fa i giovani. «Quanto è difficile, specie per i teenager, trovare stimoli e motivi per stare insieme. Prima del terremoto c’era chi parlava dell’Aquila come una città fantasma, adesso abbiamo quasi a che fare con un fantasma di città».

Paolo Stratta, ricercatore e psichiatra del Centro di salute mentale dell’Aquila, non nasconde la sua preoccupazione riguardo alle dinamiche di aggregazione in città, specie tra le generazioni più giovani e più fragili. «Appare chiaro», valuta, «che L’Aquila ha perso il suo centro storico, prima punto di riferimento per tante attività, anche in virtù della componente universitaria. Adesso si vive in periferie, quartieri dormitorio e il centro è ancora poco più di un grande cantiere».
Una condizione che non può che favorire disorientamento, psicosi e senso di smarrimento, tanto più che gli anni passano e gli interrogativi sul futuro di questa comunità sono ancora tanti. Del resto, più il tempo aumenta, maggiori sono i traumi psicologici a cui la popolazione va incontro. Lo stesso Stratta, insieme al collega ricercatore Alessandro Rossi, aveva analizzato questo tipo di dinamiche in un articolo pubblicato nel 2014 sul British Medical Journal, una delle fonti di settore più autorevoli in Europa.

Un articolo scritto in risposta a quelle testate che, nell’immediato post-sisma, avevano erroneamente parlato di aumento di suicidi e casi di assistenza psichiatrica. Tutt’altro, lo studio aveva infatti dimostrato che subito dopo una tragedia si assiste in vece a una sorta di “luna di miele” una delle fasi nell’elaborazione del trauma, un periodo limitato «caratterizzato da forte attivismo e da un certo ottimismo dovuto all’offerta di aiuto e alla volontà di lasciarsi la catastrofe alle spalle».
I pericoli, al contrario, rischiano di concretizzarsi in questa fase, a otto anni dal sisma, quando c’è da fare i conti con la stanchezza e la disillusione. «Per il nostro staff», aggiunge Stratta, «è importante proprio adesso poter dare un supporto a tante persone che si trovano a sperimentare difficoltà che vanno al di là del quotidiano. Una condizione in cui tutti dobbiamo collaborare per condividere stimoli e motivazioni». Tanti professionisti dentro e fuori città stanno approfondendo ricerche e studi legati alle condizioni psicologiche e psichiatriche all’interno di aree colpite da crisi. (fab.i.)

Fonte: il Centro