“Quella carezza della sera”
Gianni, quale canzone sceglierebbe per presentare i New Trolls a un ragazzo che vi conosce poco?
«La scaletta è molto diversificata, c’è un po’ di tutto. Ci sarà “Davanti agli occhi miei”, un po’ di roba proprio vecchia, fino ad arrivare al “Concerto grosso” e poi alla “Carezza della sera”, sicuramente il brano più rappresentativo per il gruppo. Credo che sia un concerto che accontenta tutte le generazioni che ci seguono».
Torniamo all’incontro con l’orchestra. Accanto alla paura, c’era la sensazione di fare qualcosa che non avevate mai sentito prima?
«C’era solo tanta soggezione a suonare con un’orchestra. Vedere dei professori che si inchinavano davanti a noi mi sembrava assurdo, ero veramente emozionato. E lo siamo ancora oggi quando lo suoniamo, perché comunque è un disco che ormai è entrato nella storia».
Da batterista rock, lavorare con Bacalov comportò richieste difficili da affrontare?
«No, perché quello che abbiamo fatto Bacalov l’ha preso a scatola chiusa. Noi ci siamo adeguati ai tre quarti e su quello siamo partiti, abbiamo cominciato a inventare un po’ come facevamo sempre. Sperimentazione, anche nelle parti cantate. Abbiamo messo del nostro, abbiamo sempre fatto così».
Quanto vi sentivate liberi di sperimentare con i tempi e con le strutture dei pezzi?
«Tre quarti, cinque quarti, scomposti. Per l’epoca era una cosa particolare, per noi specialmente, che eravamo usciti da quegli anni quattro o cinque anni prima. Forse era quello che avevamo dentro, andava bene in quel momento. A volte ci vuole la fortuna, ci vuole la bravura: quello che abbiamo fatto ci ha ripagato in qualche maniera».
Lei canta, scrive e suona anche la chitarra. Quanto conta la voce quando nasce una canzone?
«Per noi le voci sono sempre state importanti come gli strumenti. Usiamo esattamente le voci come se fossero degli strumenti. Il divertimento per noi era quello che poi è diventato complesso».
Che cosa manca di più di Vittorio De Scalzi e Giorgio D’Adamo, nella musica e nella vita?
«Ci mancano proprio come persone. Dopo come musicisti, ma prima di tutto come persone. Hanno dato quello che potevano dare nella maniera migliore, come abbiamo fatto noi. È una cosa normale, però meno male che abbiamo la nostra musica che resterà».
Con Nico Di Palo condividete una storia lunghissima. Che cosa continua a colpirla di lui?
«Nico vive solo per suonare. È sempre stato un musicista veramente incredibile, suona tutti gli strumenti».
Avete suonato tante volte in Abruzzo. Qualche ricordo particolare?
«Abbiamo molti amici che ci fanno mangiare molto bene. Devo dire che ci siamo sempre trovati bene. So che ci sono molti musicisti, molta gente che suona. E giovani ancora che vengono fuori. Nei nostri concerti parliamo con le persone, con i ragazzi. Sono contento».


