Mile: il tassista di Sarajevo che attraversava le linee di fuoco
10 Agosto 2026 Condividi

Mile: il tassista di Sarajevo che attraversava le linee di fuoco

Per settimane, per mesi vi abbiamo raccontato gli sviluppi di una vicenda giudiziaria che riporta a uno dei capitoli più bui dell’assedio di Sarajevo. È l’inchiesta della Procura di Milano sui presunti “cecchini del weekend”: italiani che negli anni Novanta avrebbero pagato per raggiungere le postazioni delle milizie serbo-bosniache e sparare contro i civili.

Abbiamo seguito gli interrogatori e le perquisizioni nell’ambito di un’inchiesta guarda le alture intorno alla città, dalla prospettiva di un mirino. Questa storia scende invece lungo le strade di Sarajevo, dove per quasi quattro anni un tassista continuò a guidare sotto il tiro dei cecchini.

Si chiamava Miomir “Mile” Plakalović. Nato a Sarajevo nel 1952, era un tassista serbo rimasto nella capitale bosniaca durante l’assedio.

Ogni mattina saliva sulla propria automobile e attraversava una città nella quale uscire di casa poteva costare la vita. Quando vedeva qualcuno in difficoltà, frenava e apriva la portiera. La domanda era sempre la stessa: “Dove devi andare?”. A bordo saliva chiunque avesse bisogno. L’identità del passeggero restava fuori dall’abitacolo. Mile accompagnava gratuitamente le persone attraverso la città, raccoglieva i feriti colpiti dai cecchini e li portava in ospedale. Lo fece per i 1.440 giorni dell’assedio. È quanto si legge nella motivazione del Premio Duško Kondor per il coraggio civile, assegnatogli nel 2010. Sotto il fuoco dei fucili di precisione e delle granate salvò decine di concittadini, compresi molti bambini.

Il suo taxi diventò un mezzo di soccorso. Mile raggiungeva gli incroci esposti, caricava chi era rimasto a terra e ripartiva verso l’ospedale. Continuava a farlo anche quando la benzina era quasi introvabile e attraversare Sarajevo significava affidarsi alla sorte.

Una delle testimonianze più intense è quella di Serafina Lukić, professoressa croata di lingua e letteratura. La sua storia è raccolta da Svetlana Broz nel libro I Giusti nel tempo del male. Durante l’assedio Serafina percorreva la città per portare cibo ai familiari rimasti isolati in quartieri diversi. Un giorno stava correndo sotto il tiro dei cecchini verso Marijin Dvor quando sentì lo stridio dei freni. Un taxi si fermò nel mezzo dell’incrocio. “Dai, entra, altrimenti moriamo tutti e due. Dove stai andando?”, le gridò il conducente.

Era Mile.

Da quel momento, ogni volta che la incontrava per strada, la faceva salire. Talvolta la accompagnava al forno e le regalava una pagnotta appena sfornata. Serafina avrebbe ricordato a lungo il profumo di quel pane caldo con cui, durante l’inverno, si riscaldava il viso mentre correva verso la sua famiglia. In una città affamata, una pagnotta poteva valere quanto un passaggio attraverso un incrocio battuto dai cecchini.

Il lavoro di Mile proseguiva anche dopo le corse con i feriti. Distribuiva viveri nei quartieri più isolati e portava giornali negli ospedali. Nel proprio appartamento accolse una famiglia bosgnacca costretta a lasciare casa. Nel 1993 Christiane Amanpour lo seguì per le strade di Sarajevo in un reportage della Cnn. Molti anni dopo lo avrebbe ricordato come un eroe di guerra che non aveva mai sparato un colpo. Mile preferiva per sé stesso una definizione più semplice. Diceva di essere un uomo comune che aiutava la propria gente.

La sua appartenenza serba rende ancora più significativo ciò che fece. Le forze che stringevano Sarajevo nell’assedio sostenevano di agire in nome del popolo serbo. Mile rispondeva raccogliendo le persone ferite da quei proiettili e portandole in salvo.

di Fabio Iuliano – articolo uscito su L’Aquila Blog