Dacia Maraini: resistere con la cultura
Memoria, istituzioni, responsabilità delle nuove generazioni in un tempo segnato da tensioni internazionali e da un clima di polarizzazione. Sono i temi affrontati da Dacia Maraini nel dialogo con gli studenti della scuola media “Carducci” dell’Aquila alla Scuola ispettori della Guardia di Finanza. “È un momento molto difficile – dice l’autrice all’ANSA prima dell’incontro – in cui forza e ricchezza stanno prevalendo sulla democrazia”. Nel suo ragionamento entra l’Iran, a partire dalla repressione del regime. Maraini richiama il rischio per chi protesta, in particolare per le donne “con decine di migliaia di vittime attribuite alla repressione”. E insiste su un punto: quando la protesta resta isolata viene schiacciata, quando diventa collettiva “qualcosa cambia”.
Una visione che fa i conti con gli sviluppi degli ultimi giorni di guerra non è mai confinata nel Medio Oriente: tanti Paesi europei tra cui l’Italia, ricorda, ospitano infrastrutture e basi militari, anche statunitensi, e questo rende tutti più esposti alle ricadute di un conflitto. “Sembra che il mondo – aggiunge – debba essere guidato da dei miliardari e che tutti gli altri debbano stare a guardare. Perciò secondo me bisogna resistere non con le bombe ma con la cultura, la democrazia, le idee e le conquiste che abbiamo fatto in tutti questi anni per la libertà”. Il rischio di escalation, peraltro, fa i conti con le conseguenze dell’arma atomica, definite “imprevedibili” anche per chi la possiede.
Nel confronto con gli studenti, tra cui anche alcuni stranieri del Cpia L’Aquila, Maraini va con la mente alla propria infanzia durante la Seconda guerra mondiale, quando fu internata con la famiglia in un campo di concentramento in Giappone dopo il rifiuto dei genitori di aderire alla Repubblica di Salò. “Ho capito dopo qualche anno – sottolinea – che i miei genitori avevano fatto una scelta che non ho mai contestato, anche se in quel campo si poteva morire. È sempre importante difendere le proprie idee”. Un trauma che, nella moviola della mente, Maraini giustappone al terremoto dell’Aquila del 2009 e alla morte di una studentessa di architettura nel crollo della Casa dello studente. E racconta un gesto nato nei giorni delle tende: una piccola casa piena di libri portata in città perché, ha osservato, “anche sotto una tenda” serve leggere e pensare. Oggi, dice, la società tende a consumare anche idee, sentimenti e valori.
“Senza memoria siamo dei vegetali. La memoria lega al passato e crea il futuro”. Alla domanda su cosa possa cambiare davvero le cose, la scrittrice tiene insieme realismo e fiducia: “Il mondo lo cambia la politica e lo cambia l’economia”, ma arte e letteratura “danno profondità” e lavorano sull’etica, sul modo in cui si convive. E una rivoluzione è possibile, conclude, “solo se viene dal basso”, dai movimenti e dalla partecipazione, dal linguaggio.


