Il volo dei mille sull’Allianz Stadium di Torino
31 Maggio 2026 Condividi

Il volo dei mille sull’Allianz Stadium di Torino

L’Allianz Stadium intercetta le rotte degli aerei. Basta alzare gli occhi per vedere una luce attraversare il cielo sopra la copertura, poi un’altra, poi un’altra ancora. Fabio Zaffagnini le osserva a bordocampo e decide di assecondare la suggestione. Sugli schermi compare la grafica di Wizz Air.

“Ding dong, è il capitano che vi parla”. Gli altoparlanti diffondono la voce del fondatore di Rockin’1000.

“Benvenuti a bordo. Vi chiediamo di allacciare bene le cinture”, mentre hostess e stewart raggiungono il palco centrale.

Oltre venticinquemila persone applaudono.

“Destinazione rock’n’roll!”

Per qualche secondo, l’Allianz Stadium diventa un aeroplano fermo sulla pista, con mille musicisti al posto dei motori e un pubblico pronto a farsi portare altrove. Three, two, one… take off.

Dall’alto si capisce meglio la dimensione dell’impresa. Il prato è diventato una città temporanea costruita con strumenti musicali. Duecento cantanti, duecento batterie, duecento bassi, 350 chitarre, 60 tastiere e 40 fiati. Batterie allineate a perdita d’occhio, amplificatori, leggii e cavi. Una geografia improbabile che soltanto Rockin’1000 riesce a rendere normale.

A governare questa macchina musicale ci sono Daniel Plentz e Rodrigo D’Erasmo. Il primo tiene insieme tempi, ingressi e cambi di una band che sulla carta non dovrebbe neanche poter stare in piedi. Il secondo alterna la direzione al violino, completando il quartetto d’archi che apre uno dei momenti più suggestivi della serata.

“Bitter Sweet Symphony” si propone come un ritorno. Riporta Rockin’1000 al 2016, al primo live, a Cesena, quando quella malinconia orchestrale aveva già aperto un’altra pagina della storia della band più grande del mondo. Prima entrano gli archi. Lo stadio ascolta quasi in silenzio. Poi arrivano le batterie. Ed è lì che il brano cambia pelle. La delicatezza iniziale diventa energia collettiva. Il prato si accende e il viaggio può davvero cominciare.

La serata era cominciata già dalle 20. Prima il dj set, poi l’intervento di Pietro Morello, musicista, creator e divulgatore che da anni intreccia musica e impegno sociale, nel primo evento musicale nel calendario ufficiale dell’Allianz Stadium. Dal secondo brano in poi, la scaletta diventa una traversata dentro mezzo secolo di rock. “Won’t Get Fooled Again” degli Who porta dentro lo stadio la disillusione delle rivoluzioni tradite. Poi arriva “Are You Gonna Go My Way”. Quando parte il celebre riff di Lenny Kravitz, gli occhi finiscono inevitabilmente su Danilo Vicario. Il suo assolo attraversa il prato dell’Allianz Stadium. Intorno ci sono mille musicisti. Per qualche secondo, però, tutta quella città di strumenti sembra seguire una sola chitarra.

“All The Small Things” dei Blink-182 riporta tutto a una forma di adolescenza rumorosa e felice. “Celebrity Skin” delle Hole cambia registro. Il medley dei Black Sabbath porta sul palco “Iron Man”, “War Pigs” e “Paranoid”. Poi “Use Somebody” dei Kings of Leon abbassa la temperatura e ricorda che anche nelle folle più grandi si continua a cercare qualcuno.

È anche qui che emerge il significato più profondo del progetto.

“In questo mondo lacerato dalle guerre, vedere persone che arrivano qui da tanti Paesi diversi per unirsi e fare musica è qualcosa di importante”, osserva Augusta Trebeschi, vocal guru di Rockin’1000, mentre dà direttive ai cantanti.

Prima di “Killing in the Name” le luci si abbassano. Zaffagnini prende la parola sulle note soffuse di “No Quarter”. Invita pubblico e musicisti a sollevare il dito medio contro chi alimenta guerre, odio e divisioni, contro chi prova a mettere gli uni contro gli altri. Il gesto corre dal prato alle tribune. Poi entra Nitro. E quando parte il riff dei Rage Against The Machine, la rabbia diventa coro.

Il viaggio prosegue con “Anarchy in the U.K.” dei Sex Pistols e con “Don’t Look Back in Anger” degli Oasis, cantata da migliaia di persone come una preghiera laica. “Good Vibrations” porta un soffio di California dentro la notte torinese.

Poi arriva il momento più surreale della serata.

Dal lato del palco compaiono due golf car. Sul frontale spuntano le inconfondibili sopracciglia di Elio, trasformate in stemma e segnale di riconoscimento. A bordo ci sono gli Elio e le Storie Tese. Attraversano il prato tra gli applausi del pubblico prima di salire sul palco vestiti da garibaldini in versione Rockin’1000. “Shpalman” e “La terra dei cachi” diventano una parentesi di comicità intelligente e nonsense organizzato dentro una maratona musicale che fino a quel momento aveva attraversato punk, metal, rock classico e britpop.

Con loro c’è anche Lodovica Comello, volto della conduzione della serata, che più tardi tornerà protagonista in un’altra veste. Dopo la parentesi italiana, il concerto cambia nuovamente atmosfera. “All You Need Is Love” dei Beatles arriva senza bisogno di spiegazioni. Dopo rabbia, ironia, confusione controllata e disillusione, quella frase continua a sembrare sorprendentemente attuale.

Uno dei momenti più attesi arriva con “Stairway to Heaven”. Non nella versione originale dei Led Zeppelin, ma nell’omaggio reso celebre da Heart e Jason Bonham durante i Kennedy Center Honors. All’Allianz Stadium quel passaggio diventa un piccolo rito collettivo. Adriano Viterbini, chitarrista dei Bud Spencer Blues Explosion, raccoglie il peso di uno degli assoli più amati della storia del rock. Lo lascia crescere lentamente, mentre suona affiancato dai guitar guru Stefano Re e Claudio Cavallaro. Migliaia di telefoni si accendono. Per qualche minuto lo stadio smette di correre.

Lodovica Comello torna poi al centro della scena con “Proud Mary”, nella versione resa immortale da Tina Turner. Le batterie spingono, i cori si allargano fino alle tribune e Torino sembra affacciarsi sulle rive del Mississippi.

“Seven Nation Army” trasforma l’intero stadio in un unico coro. È una di quelle canzoni che hanno smesso di appartenere soltanto a chi le ha scritte per diventare patrimonio collettivo. Domani i mille torneranno a essere insegnanti, impiegati, studenti, medici, operai, professionisti. Torneranno alle incombenze del quotidiano, alle stanchezze accumulate, ai conti che non tornano mai del tutto. Ma per una notte hanno vissuto dentro una storia più grande di loro. E forse è anche per questo che continuano a tornare.

Alla fine non poteva esserci altro che “Learn To Fly”. La canzone dei Foo Fighters che nel 2015 diede origine all’avventura di Rockin’1000 e che oggi continua a rappresentarne il manifesto in tutto il mondo. Quando l’ultimo accordo si spegne, gli aerei continuano a passare sopra Torino. Le loro luci attraversano il cielo come avevano fatto all’inizio della serata.

Solo che adesso il volo più improbabile è appena avvenuto quaggiù.

di Fabio Iuliano – fonte: TheWalkoffame