L’uomo che dorme, viaggio nella mente a tinte noir
25 settembre 2018 Condividi

L’uomo che dorme, viaggio nella mente a tinte noir

Prendete Antonio, il classico «quarantenne irrisolto» al centro di un romanzo, reduce da un matrimonio naufragato, un’ex moglie in carriera e la passione per il calcio. Un personaggio vittima di un’indolenza che niente riesce a scalfire, neppure i brutali omicidi di due prostitute. Non sarebbe, forse, troppo grave se Antonio fosse solo Antonio. Invece è anche il dottor Costanza, psichiatra e consulente del Tribunale per i crimini violenti. Uno che se la vede con «disadattati cronici, finti pazzi e bastardi veri». Così, quando l’ombra di un serial killer si allunga su Salerno, città sospesa tra vecchi sapori di provincia e vanità da metropoli sul mare, fa l’impossibile per tirarsi fuori. Parte da qui “L’uomo che dorme” (Rizzoli), noir dello psichiatra-scrittore Corrado De Rosa, protagonista di un doppio appuntamento in Abruzzo: giovedì 27 settembre all’Aquila, il giorno seguente a Castelli, in occasione del festival letterario teramano, “Follemente”. Nella prima tappa l’appuntamento è alla libreria Polarville alle 18, ospite della nuova stagione di “Incontri d’autore” del Caffè Letterario. L’evento, a ingresso libero, sarà moderato dalla giornalista Tiziana Pasetti. A Castelli, De Rosa sarà accompagnato da due firme abruzzesi, lo psichiatra Romano De Marco – suo libro “Se la notte ti cerca” (Piemme) – e da Igor De Amicis, commissario di polizia penitenziaria e scrittore.
De Rosa, oltre questo “fil noir” sono le esperienze professionali a legarla a De Marco e De Amicis. Quanto è difficile riportare su carta il proprio vissuto lavorativo?
«Non è una sfida facile per me, specie quando si scrive anche per descrivere i personaggi andando oltre i luoghi comuni che sentiamo in tv o sui social network. Nei saggi si riesce a mantenere un rigore scientifico e un approccio terminologico appropriato ai temi trattati. Quando, invece, ci si mette in gioco con un romanzo, bisogna fare i conti con la necessità di mantenere un tono divulgativo per mantenere il ritmo della storia e fare in modo che resti una lettura piacevole».
Luoghi comuni di che tipo?
«Il raptus, ad esempio, rappresenta ormai un termine equivoco, usato impropriamente dai media, per descrivere un crimine violento e improvviso. In molto casi le informazioni relative a fatti di cronaca nera sono tutt’altro che complete. Chi racconta spesso fa fatica a contestualizzare le vicende o a delineare ipotesi plausibili circa le motivazioni. Intervistare i vicini per sentirsi dire “tizio o caio era una persona tranquilla, non ci saremmo mai aspettati da lui un comportamento del genere” lascia il tempo che trova. Approssimazioni che poi diventano ancora più grandi quando si apre il tema dei disturbi psichiatrici».
Anche il racconto di vicende come quella di Salvatore Parolisi, il militare condannato in via definitiva per l’omicidio della moglie può aver subito le stesse approssimazioni nel corso degli anni?
«Certamente, perché non è possibile riservare alcuni fatti criminali a determinati soggetti, magari identificati come “matti” o ‘disturbati’ dall’opinione pubblica. È tutto da dimostrare che esista una predisposizione al crimine da parte di qualcuno, magari riscontrabile in una particolare conformazione del cervello. Si pensi ad esempio all’esperienza di psicologi o psichiatri nei processi di Norimberga. Gran parte di coloro che si macchiarono di atroci delitti all’interno del campo di concentramento risultò perfettamente in grado di intendere e di volere. Il punto è che quando c’è la legittimazione del gruppo, un’azione diventa lecita. Il problema però è un altro. Spesso puntare il dito contro qualcuno è rassicurante, quasi a dire ‘lui sì è matto e cattivo, io no’. Un’argomentazione che fa gioco a un atteggiamento populista, come quando a Pontida, il ministro Salvini ha parlato di rischi maggiori per la società connessi alla diffusione di disturbi psichiatrici. Una suggestione che è tutta da dimostrare statisticamente”.
«Non è una sfida facile per me, specie quando si scrive anche per descrivere i personaggi andando oltre i luoghi comuni che sentiamo in tv o sui social network. Nei saggi si riesce a mantenere un rigore scientifico e un approccio terminologico appropriato ai temi trattati. Quando, invece, ci si mette in gioco con un romanzo, bisogna fare i conti con la necessità di mantenere un tono divulgativo per mantenere il ritmo della storia e fare in modo che resti una lettura piacevole».
Luoghi comuni di che tipo?
«Il raptus, ad esempio, rappresenta ormai un termine equivoco, usato impropriamente dai media, per descrivere un crimine violento e improvviso. In molto casi le informazioni relative a fatti di cronaca nera sono tutt’altro che complete. Chi racconta spesso fa fatica a contestualizzare le vicende o a delineare ipotesi plausibili circa le motivazioni. Intervistare i vicini per sentirsi dire “tizio o caio era una persona tranquilla, non ci saremmo mai aspettati da lui un comportamento del genere” lascia il tempo che trova. Approssimazioni che poi diventano ancora più grandi quando si apre il tema dei disturbi psichiatrici».
Anche il racconto di vicende come quella di Salvatore Parolisi, il militare condannato in via definitiva per l’omicidio della moglie può aver subito le stesse approssimazioni nel corso degli anni?
«Certamente, perché non è possibile riservare alcuni fatti criminali a determinati soggetti, magari identificati come “matti” o ‘disturbati’ dall’opinione pubblica. È tutto da dimostrare che esista una predisposizione al crimine da parte di qualcuno, magari riscontrabile in una particolare conformazione del cervello. Si pensi ad esempio all’esperienza di psicologi o psichiatri nei processi di Norimberga. Gran parte di coloro che si macchiarono di atroci delitti all’interno del campo di concentramento risultò perfettamente in grado di intendere e di volere. Il punto è che quando c’è la legittimazione del gruppo, un’azione diventa lecita. Il problema però è un altro. Spesso puntare il dito contro qualcuno è rassicurante, quasi a dire ‘lui sì è matto e cattivo, io no’. Un’argomentazione che fa gioco a un atteggiamento populista, come quando a Pontida, il ministro Salvini ha parlato di rischi maggiori per la società connessi alla diffusione di disturbi psichiatrici. Una suggestione che è tutta da dimostrare statisticamente”.