Marco e Giuseppe dall’oratorio ai Coldplay uniti dalla musica
20 maggio 2016 Condividi

Marco e Giuseppe dall’oratorio ai Coldplay uniti dalla musica

Due calci al pallone all’ombra dell’oratorio. Lì dove terminano le mura cittadine. Gli scout, il cineforum, i consigli di don Mario. Tutto parte da lì, da quel campo alle porte del centro. Marco Rotilio, “figlio d’arte” di Tommaso, storico dirigente del calcio giovanile all’Aquila, ce la metteva tutta. Si era ritagliato un posto da difensore: giocava nello stesso ruolo del padre, cercando di disorientare gli avversari col suo tocco ambidestro. Ma non sempre la palla gli restava incollata al piede. A Giuseppe Signori andava anche peggio. Con l’omonimo ex capitano della Lazio aveva in comune solo il fatto di calciare i rigori di sinistro. Per il resto, meglio restare a bordo campo a fare tifo. Anche Marco, con il tempo ha capitolato. «Meglio il basket per me», dice mentre sorseggia un bicchierino di genziana seduto su un divanetto, «mio padre all’inizio c’è rimasto male, ma anche lui ha capito che non avevo i piedi buoni».

Trentatré anni lui, cantante di professione, sposato con Federica e con un figlio Alessandro, e trentacinque Giuseppe, dipendente dell’Alenia: i due si sono conosciuti proprio nei corridoi dell’oratorio dei Salesiani. «Quando si è piccoli», sottolinea Marco, «anche soli due anni fanno la differenza e, quindi, sebbene ci conoscessimo e abitassimo entrambi a pochi metri dall’oratorio io avevo i miei giri e lui i suoi. Anche se poi, la domenica ci ritrovavamo a suonare insieme a messa a San Pietro a Coppito. Giuseppe era la prima chitarra, io la terza o la quarta».

È stata proprio la musica a fare da collante. Ma c’è un antefatto. «Ho iniziato a frequentare un gruppo artistico, facevamo dei musical», ricorda Marco. «Con noi c’era gente come Miriam Foresti e Simona Molinari, persone a cui sono ancora legato». Tra i copioni scelti quello dell’opera rock “Jesus Christ Superstar”. Come ogni leggenda metropolitana che si rispetti, la Molinari all’epoca non fu scelta per la parte della Maddalena perché ritenuta non “tecnicamente all’altezza”. Parliamo della stessa artista, ora di fama internazionale, che poi ha recitato fianco a fianco con Ted Neeley, il protagonista per eccellenza, nel musical e nel film di Norman Jewison. «Io facevo Pilato e qualche volta anche Giuda», riprende Marco. «Dopo quell’esperienza lì, ho pensato insieme ad altri amici di fondare un’associazione culturale, Mamo’. In questa nuova avventura, volevo coinvolgere Giuseppe a tutti i costi e non c’è voluto poco a convincerlo, l’ho “corteggiato” a lungo».

Con Mamo’ si suona, si scherza, si viaggia anche insieme, grazie al successo di spettacoli come Jekyll & Hyde, che è stato una produzione del Tsa e ha visto sul palco anche Giò Di Tonno, oltre alla stessa Molinari. «Proprio in quel momento», spiega Giuseppe, «io e Marco abbiamo deciso di suonare in acustico». Prima qualche accordo per gioco, poi un duetto vocale e da cosa nasce cosa. «Abbiamo fatto un paio di prove a casa mia e ci siamo buttati, partendo da bar e ristoranti per arrivare ai pub e altri locali notturni». Canzoni d’autore, pop rock italiano e internazionale, tra U2 e Coldplay. Di qui la scelta del nome “Viva la vida acoustic duo” in omaggio a Chris Martin e compagni. Riff semplici, ritmiche poco cervellotiche. Per rendere l’idea, Giuseppe improvvisa “Tre minuti” dei Negramaro alla chitarra acustica, mentre il suo compagno accenna il motivetto e poi torna a parlare degli esordi.

«Anziché puntare a un piatto da 5 stelle Michelin, abbiamo cercato una buona carbonara, scegliendo una scaletta versatile per qualsiasi soluzione». Un mix che funziona, dal 2008 a oggi i due hanno collezionato tante ore live da far concorrenza ai Ramones. Dal Quadrifoglio alle Macine, approdando al Garibaldi e al Vip, i due amici si sono fatti conoscere dentro e fuori città. «Avremmo fatto chissà quante serate», sottolinea Marco, «senza provare più di tanto. Qualche riff da rivedere e subito via, a prendere una birra all’Irish “grande” o al Coloniale, i locali del vecchio centro storico. Tra me e lui c’è una grande intesa. Basta incrociare lo sguardo per capirci al volo. Talvolta suoniamo pezzi mai provati insieme. Credo che questa sia la testimonianza più autentica della nostra amicizia». E infatti i loro live sono un incrocio di sguardi e un incrocio di voci, con armonizzazioni continue.

Si suona e si fa esperienza insieme, come quella volta che a Campo Felice nevicava e i due, dopo una serata, si trovarono costretti a dormire con il club di motociclisti che li aveva invitati a suonare. «Avevamo staccato tutto, e stavamo per salutare», ricorda Giuseppe, «quando nell’aprire la porta ci siamo resi conto che fuori c’era mezzo metro di neve. Abbiamo dovuto fare dietrofront e sistemarci nella sala, con la differenza che, rispetto a tutti gli altri, non eravamo affatto attrezzati per passare la notte». E c’è da dire che i due con la neve non vanno d’accordo, Giuseppe soprattutto: «Una volta ho raggiunto Marco a Londra per qualche giorno. Avevamo dei voli differenti e il mio ritorno era fissato il giorno successivo. Ero ospite di Luca Molinari, fratello di Simona. Lui viveva a Londra, in quel periodo, e dovette tornare con urgenza in Italia proprio perché la sorella stava per fare il suo esordio a Sanremo. Mi lasciò solo con i suoi “flat-mates”: nessuno di loro parlava italiano e io non parlavo una parola di Inglese. Mettiamoci anche una bella nevicata. Persi l’aereo perché non ero sicuro che con quel maltempo sarebbe partito. E rimasi lì altri due giorni, prima di capire come trovare il primo volo utile».

Esperienze di ogni tipo, come quell’anno in Costa Brava, insieme a un gruppo di Subiaco per cantare i Carmina Burana. «Ingannavamo il tempo a improvvisare mosse di Tai chi e poi andavamo per le strade cantando “Aquí no se puede construir”, una canzone di nostra creazione che faceva il verso alla speculazione edilizia spagnola». Oppure a Varsavia, la prima volta sotto al palco dei Coldplay. Scorrendo le foto del loro “Acoustic duo”, che nel frattempo è diventato “Acoustic project”, aperto alla collaborazione di percussionisti come Simone Colella, eccoli in versione “James Bond”, con il “black tie” di ordinanza sfoggiato alla Salle des Etoilles di Montecarlo dove hanno suonato insieme ad Annalisa Andreoli. Anche lì, al massimo dieci minuti di prova. «Siamo arrivati in albergo all’una di notte e abbiamo provato sino all’una e dieci. Poi in giro per la città. Conoscere Montecarlo era più importante. Però il giorno dopo ce la siamo cavata».