18 ottobre 2014 Condividi

Capello premiato all’Aquila: "Io dico sì alla moviola in campo"

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L’AQUILA. «Magari mi convocassero al Parlamento russo, sarei il primo italiano a parlare davanti alla Duma». Il volto è disteso e la voce decisa, ma il continuo grattare delle unghie del commissario tecnico sul tavolo di vetro del sindaco Massimo Cialente tradisce un po’ di nervosismo per come vanno le cose a Mosca alla luce degli ultimi risultati. In attesa di incontrare il ministro dello Sport russo, Vitali Mutko, Capello ci scherza su, ma lascia intendere di aver poca intenzione di imitare Togliatti o Berlinguer. «Nel calcio è così: palo dentro o palo fuori», dice il tecnico a rimarcare che spesso sono poche occasioni a cambiare il risultato di una partita e, se le cose vanno male, a compromettere il lavoro di settimane. Ma fuori dal campo la testa è alta e la schiena è sempre dritta. Sarà per questo che l’associazione culturale Confraternita Aquilana dei “Devoti” di Sant’Agnese lo ha invitato all’Aquila a ritirare il premio “Socrates Parresiastes 2014” assegnato in passato, tra gli altri, al presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi. La cerimonia è all’hotel Canadian, moderata dal giornalista Rai Antonio Caprarica. Ma è nell’ufficio del primo cittadino che il mister si racconta. Nella stanza, oltre agli ideatori del premio, c’è anche Federico, il figlio del sindaco, fan del mister tanto da recitare a memoria il suo palmares di successi ottenuti tra squadre di club e nazionali. Parliamo di cinque scudetti (quattro col Milan, una Roma), quattro Supercoppe italiane (tre col Milan, una Roma), una Champions League (Milan), una Supercoppa Europea (Milan), due Campionati spagnoli (Real Madrid). «Avere un padre sindaco è come avere un padre allenatore», gli fa don Fabio. «La sera a casa sai sempre con chi prendertela».

Capello, lei lavora da anni all’estero, quanto è difficile dirigere una squadra all’ombra delle tribune dello stadio Stadio Luzniki?

«Il calcio ha un suo linguaggio universale a prescindere da dove si giochi e dal passaporto degli atleti in campo. Certo è che a Mosca le barriere sono proprio di natura strettamente linguistica, nel senso che io il russo non lo so parlare e gente in grado di farsi capire in inglese, spagnolo (italiano neanche a dirlo) se ne vede poca».

La comunicazione conta molto nel suo incarico?

«A tutti i livelli: sia nel rapporto con giocatori e dirigenti, sia con i media. Quando allenavo il Real Madrid interagivo molto con le radio spagnole. A Londra, poi, il giorno prima della partita dovevo tenere a bada emittenti radio e tv, ma soprattutto una schiera di 50-60 giornalisti di carta stampata».

Qui in Italia?

«Tv e giornali sono ancora al 50%. Certo è che alcune partite possono avere ancora dei lunghi strascichi mediatici».

Si riferisce a Juve-Roma?

«Beh certo è un esempio eloquente. In questo, ammiro il presidente della società capitolina, James Pallotta, che ha ribadito quanto sia importante andare avanti e pensare a giocare, non alle polemiche. Certo è che, in generale, poco si fa per prevenire degli errori arbitrali anche quando la tecnologia ce lo consente».

E’ favorevole alla moviola in campo?

«Assolutamente sì, come nel rugby. Nel calcio siamo ancora all’assurdo. Dieci anni fa, durante un’Atalanta-Roma fui espulso per fantomatiche proteste contro l’arbitro. Feci ricorso, forte della prova televisiva, ma fu inutile».

Della nazionale di Conte che ne pensa?

«Lui è bravo e sta lavorando bene. Certo è che in una squadra a fare la differenza sono i giocatori a disposizione».

Lei viene dal Friuli, zona segnata da un sisma devastante, come l’Abruzzo del resto.

«Ci accomunano tante cose, le montagne e la vicinanza col mare. Questo background favorisce il venir fuori di una certa mentalità di gente che lavora. Certo, L’Aquila fa i conti con una crisi internazionale che sottrae risorse alla ricostruzione. E’ importante ripartire dai giovani: ho visto con piacere le cose che ha fatto il sindaco in campo sportivo, la pista di atletica, il progetto per un campo da rugby».

E l’incontro col ministro russo?

«E’ il mio datore di lavoro, non sono preoccupato».

di Fabio Iuliano – fonte il Centro

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