Ranucci: “Giornalismo locale presidio di libertà”
Sigfrido Ranucci arriva a Vasto per aprire il Maggio dei Libri con un doppio appuntamento promosso dal Vasto d’autore Festival e dall’assessorato alla Cultura della Città del Vasto. Stamani alle 10.30 il giornalista, autore e conduttore di “Report” incontrerà gli studenti delle scuole medie nell’Auditorium del Polo Liceale Pantini Pudente, dove presenterà “Navigare senza paura”, pubblicato da Salani. A dialogare con lui la docente Eleonora Iuliani. Nel pomeriggio, alle 17.30, nei Giardini di Palazzo d’Avalos, sarà protagonista dell’incontro aperto al pubblico dedicato al suo nuovo libro “Il ritorno della casta”, edito da Bompiani. Con lui il magistrato Bruno Giangiacomo. Con Ranucci il confronto parte dal rapporto tra giovani, web, fake news e intelligenza artificiale, ma si allarga al ruolo del giornalismo d’inchiesta, alla libertà di stampa, alla fragilità dell’informazione locale e alla paura, dopo l’attentato subìto nei mesi scorsi davanti alla sua abitazione.
Ranucci, partiamo da “Navigare senza paura”, il libro che presenterà agli studenti a Vasto. Da quale esigenza nasce questo lavoro?
“Nasce dall’esigenza di formare i ragazzi e di aiutarli a usare il web in modo consapevole. L’obiettivo è non subire lo strumento, ma imparare a governarlo. È uno strumento apparentemente democratico, ma va conosciuto e, in qualche modo, domato, perché può veicolare anche contenuti non virtuosi. Spesso proprio i contenuti più virali sono anche quelli più pericolosi”.
Quindi il punto non è soltanto mettere in guardia dai rischi della rete?
“No. Il punto è far capire come funziona questo strumento e rimettere al centro un senso etico e civico. Bisogna recuperare il tema della dignità, che nel web spesso sembra perduto. I ragazzi pensano che la rete sia una zona franca, dove tutto è consentito. Ma ciò che non è consentito fuori dal web non dovrebbe esserlo nemmeno dentro il web”.
Lei lega questo tema anche alla dignità della persona.
“La dignità è un principio presente nella Costituzione italiana e nelle carte internazionali, affermato dopo gli orrori del nazifascismo e dei campi di concentramento. Oggi questa attenzione rischia di perdersi. Con il telefonino siamo diventati tutti corrispondenti da ogni parte del mondo, ma c’è anche il pericolo di trattare con superficialità l’immagine degli altri. Se si mette online l’immagine di una fragilità o di una debolezza, spesso non si percepisce che quella immagine può restare lì per sempre. E dopo, soprattutto per un ragazzo, non è semplice tornare indietro”.
C’è poi il tema delle fake news. Quanto è difficile orientarsi?
“È un vero campo minato. Oggi non sempre esiste una certificazione chiara della notizia. Il meccanismo dominante è spesso quello della cliccabilità: non viene premiata la notizia più vera, ma quella che fa più clic. Questo crea un problema enorme, perché si finisce per pensare che la notizia più vista sia anche quella più attendibile, mentre spesso è solo quella più cliccabile”.
In questo scenario l’intelligenza artificiale rischia di amplificare questi processi, soprattutto sul piano multimediale?
“Sì. L’intelligenza artificiale va governata. È uno strumento che può diventare anche una forma di colonizzazione culturale e formativa. C’è poi un altro equivoco: pensiamo che la memoria digitale sia eterna, ma non è così. Se un giorno una piattaforma decide di staccare la spina, rischiamo di perdere una parte del nostro patrimonio digitale”.
Come si può evitare questo rischio?
“L’unica via è formare i ragazzi e le nuove generazioni a un uso critico degli strumenti digitali. Bisogna aiutarli a costruire capacità di scelta e giudizio critico, anche perché l’intelligenza artificiale deve essere alimentata da contenuti verificati. Altrimenti rischiamo di affidarci a informazioni inserite da non sappiamo chi, senza sapere se siano davvero controllate”.
Lei viene in Abruzzo, dove negli ultimi mesi si è parlato molto anche di casi di cronaca come quello della “famiglia nel bosco”, trattati spesso con toni sensazionalistici, soprattutto sul web. Quanto pesa questo aspetto?
“Il sensazionalismo è un problema serio. Il web spesso restituisce il peggio, ma anche il giornalismo tradizionale può scivolare in dinamiche pericolose. Quando si inseguono morbosità, esposizione dei minori o spettacolarizzazione del dolore, si violano principi fondamentali del mestiere. Per questo servono regole, responsabilità e maggiore consapevolezza da parte di chi informa”.
I dati sulla libertà di stampa continuano a segnalare criticità. Che cosa si può fare per sostenere un’informazione più sana?
“Bisognerebbe cominciare a fare una campagna vera per valorizzare il giornalismo d’inchiesta e il giornalismo locale. Un passo concreto sarebbe mettere mano ai meccanismi legislativi che regolano l’equo compenso. Il giornalismo locale è fondamentale, perché rappresenta una sorta di anticorpo per i territori: aiuta a individuare il male prima che si diffonda nel corpo. Io lavoro da un luogo privilegiato, quello della Rai, ma so bene quanto sia importante il lavoro di chi presidia quotidianamente i territori”.
Dopo un attentato come quello che ha subìto qualche mese fa, si fa inevitabilmente i conti anche con la paura. Come si governa?
“La paura è un sentimento normale. Io ce l’ho. Il punto è riuscire a governarla. Se si dà la sensazione di farsi condizionare dalla paura, chi ha colpito raggiunge il suo obiettivo: incrinare il rapporto di fiducia con il pubblico e l’idea stessa che l’informazione possa essere libera”.
Che cosa aiuta ad andare avanti?
“Per chi fa questo tipo di informazione scattano anche meccanismi professionali che aiutano a non farsi paralizzare. Penso ai colleghi che lavorano in situazioni estreme, sotto i bombardamenti o nei luoghi di guerra. In quei casi non puoi semplicemente scappare: sai di essere davanti al pubblico e devi portare a casa il fatto, devi raccontare quello che stai vedendo. È una responsabilità che ti spinge ad andare avanti”.
di Fabio Iuliano – intervista apparsa anche sul Centro
Foto: Di ArezzoTV, CC BY 3.0

