Nazzi in teatro con “Indagini live” sul sequestro Mazzotti
Una ragazza di 18 anni, un sequestro del 1975, una storia che torna a parlare anche oggi. Stefano Nazzi arriverà il 19 aprile al Teatro Massimo di Pescara con “Indagini Live 2026 – Un’altra storia”, tappa abruzzese del tour costruito attorno al caso di Cristina Mazzotti, vicenda esemplare della stagione dei sequestri di persona in Italia. Il caso è tornato di attualità anche nei mesi scorsi: a inizio febbraio la Corte d’assise di Como ha condannato all’ergastolo due dei tre imputati, Giuseppe Calabrò e Demetrio Latella, mentre Antonio Talia è stato assolto. Una coda giudiziaria che, a cinquant’anni dai fatti, conferma quanto quella vicenda non sia rimasta sepolta nel passato. Sullo sfondo, trent’anni di rapimenti, dal 1969 al 1998, con 694 persone sequestrate, tra cui 130 donne e 30 bambini. Nazzi, autore del podcast Indagini per “il Post”, porta sul palco proprio questa storia per riaprire una delle pagine più dure della cronaca italiana, restando fedele a un principio che nel suo lavoro torna sempre: lasciare che siano i fatti a produrre il peso del racconto, senza scorciatoie emotive. Un’impostazione che dal podcast al teatro cambia il mezzo ma non il metodo, e che negli anni ha costruito un rapporto di fiducia con il pubblico. Un’attenzione che si traduce spesso in silenzi lunghi e partecipati, più che in reazioni immediate. Segno che il racconto lavora per accumulo e non per effetto, lasciando allo spettatore il tempo di mettere insieme i pezzi.
Perché ha scelto proprio questa storia per il nuovo tour?
«Perché è la storia di una ragazza di 18 anni, ma è anche la storia di un’epoca che va ricordata. Quella dei sequestri di persona sembra lontanissima, e lo è, però proprio per questo molti non la ricordano, molti non ne sanno niente».
Che cosa l’ha colpita di più del caso di Cristina Mazzotti?
«Fu la prima donna uccisa durante un sequestro di persona. Era una ragazza giovanissima e questa storia colpì moltissimo chiunque, ovunque in Italia. E poi dà proprio l’idea di come queste storie abbiano una coda nel tempo».
Il suo stile resta molto asciutto, anche davanti a storie così dure. È una scelta precisa?
«Le scelte sono nei fatti, se metti in ordine i fatti. Stiamo parlando di una storia che ha avuto i suoi esiti processuali, sia allora che oggi. La scelta è quella di raccontare le cose mettendole in ordine, lasciando poi a chi ascolta le reazioni, senza volerle indirizzare in alcun modo».
Nel suo lavoro che spazio ha l’emotività?
«L’emotività sta proprio in quello che succede. È impossibile rimanere indifferenti di fronte a certe vicende. Quello che non voglio fare io è una forzatura di questa emotività, con aggettivi o espressioni».
Che tipo di risposta arriva dal pubblico in teatro?
«Il feedback che avverto durante il racconto è proprio quello di tanta attenzione. Poi mi dicono che sono colpiti e che non conoscevano questa storia».
Che cosa le ha lasciato, più in generale, la stagione dei rapimenti in Italia?
«Fu un reato veramente odioso, forse uno dei più vigliacchi che si possano immaginare. Si giocava sulla paura e sull’amore di una famiglia verso una figlia, un marito, una moglie, per estorcere denaro. Fu un business enorme, praticato da tutte le bande criminali dell’epoca».
Che cosa ha segnato il declino di quel fenomeno?
«La svolta fu la legge del 1991 sul blocco dei beni delle famiglie e delle persone vicine ai sequestrati. Non essendo più possibile pagare i riscatti, il sequestro di persona diventò molto più difficile come fonte di guadagno. La criminalità si è spostata verso altri affari, come il narcotraffico. Un passaggio che segna anche un cambio di paradigma nella criminalità organizzata, più orientata verso attività meno esposte e più redditizie, lasciando progressivamente alle spalle la stagione dei sequestri».
C’è qualcosa che la lega a Pescara o all’Abruzzo?
«Quando d’estate vado in Puglia in macchina, mi fermo spesso a dormire in Abruzzo, ogni volta scelgo un posto diverso e rimango affascinato dalla varietà degli ambienti».

