Un confronto sull’Autotune
L’autotune è un mezzo espressivo che racconta l’evoluzione della musica oppure una scorciatoia per chi non sa cantare? Ne è nato un confronto a due sulle pagine di The Walk of Fame. Da una parte il mio punto di vista, che guarda all’autotune come a un linguaggio musicale contemporaneo, dall’altra quello di Paolo Logli, autore televisivo e radiofonico, che richiama l’attenzione sulla preparazione degli artisti e sull’equità delle esibizioni dal vivo. Due prospettive diverse, qualche punto in comune e una domanda che resta aperta: dove finisce la tecnologia al servizio della creatività e dove comincia quella che nasconde i limiti di un interprete
LE MIE IDEE
Autotune a Sanremo, vietarlo significa non vedere come cambia la musica
La proposta di regolamentarne l’uso riapre il confronto tra tecnica vocale e libertà espressiva. Ma da Cher alla trap, la voce elettronica è diventata un linguaggio musicale. Può piacere oppure no, ma racconta il nostro tempo.
L’autotune è un trucco per nascondere i limiti di un cantante oppure uno strumento musicale come tanti altri? La domanda torna a circolare in vista di Sanremo 2027, il primo Festival affidato a Stefano De Martino. A riaprire la discussione è stato il critico musicale Paolo Giordano, che ha proposto di adottare una regola simile a quella dell’Eurovision: impedire l’utilizzo della tecnologia per correggere l’intonazione durante l’intera esibizione. De Martino, presentando il regolamento del Festival, ha invece aperto all’autotune, purché sia al servizio della canzone.
Due posizioni che riportano al centro una questione mai risolta: dove finisce l’aiuto tecnologico e dove comincia la scelta artistica? E soprattutto, ha ancora senso giudicare la musica di oggi utilizzando esclusivamente i criteri vocali di ieri?
Perché nel frattempo qualcosa è cambiato. L’autotune non è più soltanto un programma capace di aggiustare una nota sbagliata. È diventato un suono riconoscibile, una componente della scrittura musicale, talvolta persino il tratto distintivo di un artista.
Da Cher alla trap, quando l’effetto diventa linguaggio
Nel 1998 Cher pubblica Believe. La sua voce attraversa improvvisi scatti elettronici, quasi meccanici. L’effetto è talmente evidente da diventare uno degli elementi più riconoscibili del brano. Da quel momento l’alterazione digitale non deve più necessariamente nascondersi dietro una registrazione apparentemente perfetta. Può essere esibita, cercata, portata in primo piano.
Negli anni successivi T-Pain ne fa un marchio sonoro. Kanye West, con 808s & Heartbreak, lo utilizza per costruire atmosfere malinconiche e stranianti. Poi arrivano la trap e le sue contaminazioni con il pop. La voce trattata elettronicamente entra stabilmente nel vocabolario musicale di una generazione.
In molti brani non è più possibile separare facilmente la melodia dall’effetto che la caratterizza. Il trattamento digitale condiziona il modo di comporre, di interpretare e di produrre. Talvolta la voce assume la consistenza di un sintetizzatore, altre volte conserva una riconoscibile espressività umana dentro una struttura sonora artificiale.
Si può detestare quel risultato. Ma è difficile sostenere che si tratti sempre e soltanto di un espediente per chi non sa cantare.
Del resto, l’intera storia della musica popolare è attraversata da trasformazioni tecnologiche che hanno finito per modificarne il linguaggio. La distorsione elettrica ha dato forma a interi capitoli della storia del rock. I sintetizzatori hanno ridefinito il pop, i campionatori hanno aperto possibilità compositive impensabili per l’hip hop, le drum machine hanno contribuito alla nascita di nuove estetiche.
Nessuno chiederebbe oggi a un chitarrista di rinunciare alla distorsione per dimostrare di saper suonare. Eppure, quando il trattamento elettronico riguarda la voce, il giudizio cambia.
La voce artificiale e il mito dell’autenticità
C’è una ragione. La voce umana viene percepita come qualcosa di profondamente personale, quasi impossibile da separare dall’identità di chi canta. Quando viene alterata, soprattutto in modo evidente, può suscitare la sensazione che tra l’artista e l’ascoltatore sia intervenuto un filtro capace di compromettere l’autenticità dell’interpretazione.
Ma anche questa idea merita di essere discussa.
La musica registrata non è mai stata una semplice fotografia della realtà. Microfoni, compressori, riverberi, sovraincisioni e interventi di produzione contribuiscono da decenni a costruire il suono delle voci che ascoltiamo. L’autotune rende particolarmente visibile, o meglio udibile, un processo di trasformazione che accompagna da tempo la musica contemporanea.
Il problema non è stabilire se una voce sia naturale o artificiale, ma capire quale risultato artistico produca la sua elaborazione.
Naturalmente l’autotune può diventare una scorciatoia. Può cancellare le imperfezioni senza aggiungere nulla, uniformare interpretazioni diverse, rendere prevedibili canzoni che sembrano costruite con lo stesso identico stampo. Basta ascoltare una parte della produzione commerciale degli ultimi anni per riconoscere quanto l’effetto possa essere abusato.
Ma questa è una critica alla qualità della musica, non allo strumento. Una chitarra distorta non rende automaticamente interessante un brano rock. Un sintetizzatore non garantisce originalità. E una voce perfettamente intonata può risultare irrimediabilmente piatta.
Sanremo, il confine tra correzione e scelta artistica
In una competizione come Sanremo, naturalmente, il discorso si complica. Utilizzare un software per correggere sistematicamente le imprecisioni vocali durante un’esibizione può incidere sulla valutazione delle capacità di un interprete. È una questione concreta, soprattutto quando sullo stesso palco si confrontano artisti che scelgono modalità esecutive differenti.
La proposta di Giordano parte da qui e richiama il modello Eurovision, dove la correzione elettronica dell’intonazione delle voci dal vivo è vietata.
Ma c’è una differenza tra utilizzare l’autotune per mascherare una prestazione vocale e impiegarlo deliberatamente come elemento della composizione. Nel primo caso interviene sulla precisione dell’esecuzione. Nel secondo contribuisce a definire l’identità sonora del brano.
Separare nettamente queste funzioni non è sempre semplice, perché la stessa tecnologia può svolgerle contemporaneamente. È proprio questa difficoltà a rendere necessaria una regolamentazione ragionata, anziché una contrapposizione tra puristi e sostenitori dell’innovazione.
Un artista che costruisce il proprio repertorio attorno a una determinata elaborazione vocale potrebbe ritrovarsi a presentare sul palco una versione impoverita della propria musica, qualora gli venisse imposto di rinunciarvi. Sarebbe un criterio curioso per un Festival che pretende di rappresentare la canzone italiana contemporanea.
La tecnica vocale continua ad avere un valore. Nessuno sostiene che intonazione, controllo, estensione ed espressività siano diventati irrilevanti. Semplicemente, non esauriscono tutte le possibilità attraverso le quali oggi si costruisce una performance musicale.
Il rischio di difendere una musica che non esiste più
Sanremo è sempre stato attraversato da tensioni tra tradizione e cambiamento. Ha accolto linguaggi differenti, talvolta con ritardo, altre volte contribuendo alla loro affermazione presso il grande pubblico. Oggi sul palco dell’Ariston convivono cantautori, interpreti pop, rapper e artisti cresciuti dentro una cultura musicale nella quale il confine tra voce e produzione elettronica è molto meno netto rispetto al passato.
Pretendere che tutti utilizzino gli stessi codici significherebbe ignorare una parte consistente di ciò che accade fuori dal Festival.
L’autotune è anche lo specchio di un’epoca nella quale la tecnologia non si limita ad accompagnare la creatività, ma entra direttamente nella costruzione dell’identità artistica. Cambiano gli strumenti, cambia il modo di produrre e cambia persino ciò che il pubblico riconosce come una voce musicale.
Non è detto che questa trasformazione debba piacerci. Si può continuare a preferire una voce nuda, con il respiro che affiora tra le parole, qualche incertezza e quella particolare fragilità che rende irripetibile un’esecuzione dal vivo. È una preferenza legittima, come lo è trovare espressività in una voce deformata elettronicamente.
Il gusto, però, non può diventare una norma universale. E la nostalgia per un determinato modo di fare musica non dovrebbe trasformarsi in un criterio di esclusione.
Semmai, la critica dovrebbe interrogarsi sulla capacità degli artisti di utilizzare questi strumenti in maniera personale, evitando che la tecnologia diventi un rifugio per idee musicali inconsistenti.
Perché il vero problema non è quante note possa correggere un software. È quello che rimane quando si ascolta la canzone.
Ci sono brani cantati magnificamente che non lasciano alcuna traccia. Altri, costruiti attorno a suoni artificiali e interpretazioni lontane dai canoni tradizionali, riescono invece a intercettare sensibilità, inquietudini e immaginari del proprio tempo.
Sanremo può certamente stabilire regole per garantire condizioni di esibizione coerenti. Ma dovrebbe evitare di confondere la tutela della competizione con la difesa di un modello musicale considerato più autentico soltanto perché appartiene al passato.
L’autotune passerà di moda, cambierà forma o verrà sostituito da altre tecnologie. Intanto appartiene alla musica che si produce e si ascolta oggi. E liquidarlo come un trucco significa rinunciare a comprendere una parte di quella musica.
LA RISPOSTA DI PAOLO LOGLI
