Un confronto sull’Autotune
16 Ottobre 2026 Condividi

Un confronto sull’Autotune

L’autotune è un mezzo espressivo che racconta l’evoluzione della musica oppure una scorciatoia per chi non sa cantare? Ne è nato un confronto a due sulle pagine di The Walk of Fame. Da una parte il mio punto di vista, che guarda all’autotune come a un linguaggio musicale contemporaneo, dall’altra quello di Paolo Logli, autore televisivo e radiofonico, che richiama l’attenzione sulla preparazione degli artisti e sull’equità delle esibizioni dal vivo. Due prospettive diverse, qualche punto in comune e una domanda che resta aperta: dove finisce la tecnologia al servizio della creatività e dove comincia quella che nasconde i limiti di un interprete

LE MIE IDEE

Autotune a Sanremo, vietarlo significa non vedere come cambia la musica

La proposta di regolamentarne l’uso riapre il confronto tra tecnica vocale e libertà espressiva. Ma da Cher alla trap, la voce elettronica è diventata un linguaggio musicale. Può piacere oppure no, ma racconta il nostro tempo.

L’autotune è un trucco per nascondere i limiti di un cantante oppure uno strumento musicale come tanti altri? La domanda torna a circolare in vista di Sanremo 2027, il primo Festival affidato a Stefano De Martino. A riaprire la discussione è stato il critico musicale Paolo Giordano, che ha proposto di adottare una regola simile a quella dell’Eurovision: impedire l’utilizzo della tecnologia per correggere l’intonazione durante l’intera esibizione. De Martino, presentando il regolamento del Festival, ha invece aperto all’autotune, purché sia al servizio della canzone.

Due posizioni che riportano al centro una questione mai risolta: dove finisce l’aiuto tecnologico e dove comincia la scelta artistica? E soprattutto, ha ancora senso giudicare la musica di oggi utilizzando esclusivamente i criteri vocali di ieri?

Perché nel frattempo qualcosa è cambiato. L’autotune non è più soltanto un programma capace di aggiustare una nota sbagliata. È diventato un suono riconoscibile, una componente della scrittura musicale, talvolta persino il tratto distintivo di un artista.

Da Cher alla trap, quando l’effetto diventa linguaggio

Nel 1998 Cher pubblica Believe. La sua voce attraversa improvvisi scatti elettronici, quasi meccanici. L’effetto è talmente evidente da diventare uno degli elementi più riconoscibili del brano. Da quel momento l’alterazione digitale non deve più necessariamente nascondersi dietro una registrazione apparentemente perfetta. Può essere esibita, cercata, portata in primo piano.

Negli anni successivi T-Pain ne fa un marchio sonoro. Kanye West, con 808s & Heartbreak, lo utilizza per costruire atmosfere malinconiche e stranianti. Poi arrivano la trap e le sue contaminazioni con il pop. La voce trattata elettronicamente entra stabilmente nel vocabolario musicale di una generazione.

In molti brani non è più possibile separare facilmente la melodia dall’effetto che la caratterizza. Il trattamento digitale condiziona il modo di comporre, di interpretare e di produrre. Talvolta la voce assume la consistenza di un sintetizzatore, altre volte conserva una riconoscibile espressività umana dentro una struttura sonora artificiale.

Si può detestare quel risultato. Ma è difficile sostenere che si tratti sempre e soltanto di un espediente per chi non sa cantare.

Del resto, l’intera storia della musica popolare è attraversata da trasformazioni tecnologiche che hanno finito per modificarne il linguaggio. La distorsione elettrica ha dato forma a interi capitoli della storia del rock. I sintetizzatori hanno ridefinito il pop, i campionatori hanno aperto possibilità compositive impensabili per l’hip hop, le drum machine hanno contribuito alla nascita di nuove estetiche.

Nessuno chiederebbe oggi a un chitarrista di rinunciare alla distorsione per dimostrare di saper suonare. Eppure, quando il trattamento elettronico riguarda la voce, il giudizio cambia.

La voce artificiale e il mito dell’autenticità

C’è una ragione. La voce umana viene percepita come qualcosa di profondamente personale, quasi impossibile da separare dall’identità di chi canta. Quando viene alterata, soprattutto in modo evidente, può suscitare la sensazione che tra l’artista e l’ascoltatore sia intervenuto un filtro capace di compromettere l’autenticità dell’interpretazione.

Ma anche questa idea merita di essere discussa.

La musica registrata non è mai stata una semplice fotografia della realtà. Microfoni, compressori, riverberi, sovraincisioni e interventi di produzione contribuiscono da decenni a costruire il suono delle voci che ascoltiamo. L’autotune rende particolarmente visibile, o meglio udibile, un processo di trasformazione che accompagna da tempo la musica contemporanea.

Il problema non è stabilire se una voce sia naturale o artificiale, ma capire quale risultato artistico produca la sua elaborazione.

Naturalmente l’autotune può diventare una scorciatoia. Può cancellare le imperfezioni senza aggiungere nulla, uniformare interpretazioni diverse, rendere prevedibili canzoni che sembrano costruite con lo stesso identico stampo. Basta ascoltare una parte della produzione commerciale degli ultimi anni per riconoscere quanto l’effetto possa essere abusato.

Ma questa è una critica alla qualità della musica, non allo strumento. Una chitarra distorta non rende automaticamente interessante un brano rock. Un sintetizzatore non garantisce originalità. E una voce perfettamente intonata può risultare irrimediabilmente piatta.

Sanremo, il confine tra correzione e scelta artistica

In una competizione come Sanremo, naturalmente, il discorso si complica. Utilizzare un software per correggere sistematicamente le imprecisioni vocali durante un’esibizione può incidere sulla valutazione delle capacità di un interprete. È una questione concreta, soprattutto quando sullo stesso palco si confrontano artisti che scelgono modalità esecutive differenti.

La proposta di Giordano parte da qui e richiama il modello Eurovision, dove la correzione elettronica dell’intonazione delle voci dal vivo è vietata.

Ma c’è una differenza tra utilizzare l’autotune per mascherare una prestazione vocale e impiegarlo deliberatamente come elemento della composizione. Nel primo caso interviene sulla precisione dell’esecuzione. Nel secondo contribuisce a definire l’identità sonora del brano.

Separare nettamente queste funzioni non è sempre semplice, perché la stessa tecnologia può svolgerle contemporaneamente. È proprio questa difficoltà a rendere necessaria una regolamentazione ragionata, anziché una contrapposizione tra puristi e sostenitori dell’innovazione.

Un artista che costruisce il proprio repertorio attorno a una determinata elaborazione vocale potrebbe ritrovarsi a presentare sul palco una versione impoverita della propria musica, qualora gli venisse imposto di rinunciarvi. Sarebbe un criterio curioso per un Festival che pretende di rappresentare la canzone italiana contemporanea.

La tecnica vocale continua ad avere un valore. Nessuno sostiene che intonazione, controllo, estensione ed espressività siano diventati irrilevanti. Semplicemente, non esauriscono tutte le possibilità attraverso le quali oggi si costruisce una performance musicale.

Il rischio di difendere una musica che non esiste più

Sanremo è sempre stato attraversato da tensioni tra tradizione e cambiamento. Ha accolto linguaggi differenti, talvolta con ritardo, altre volte contribuendo alla loro affermazione presso il grande pubblico. Oggi sul palco dell’Ariston convivono cantautori, interpreti pop, rapper e artisti cresciuti dentro una cultura musicale nella quale il confine tra voce e produzione elettronica è molto meno netto rispetto al passato.

Pretendere che tutti utilizzino gli stessi codici significherebbe ignorare una parte consistente di ciò che accade fuori dal Festival.

L’autotune è anche lo specchio di un’epoca nella quale la tecnologia non si limita ad accompagnare la creatività, ma entra direttamente nella costruzione dell’identità artistica. Cambiano gli strumenti, cambia il modo di produrre e cambia persino ciò che il pubblico riconosce come una voce musicale.

Non è detto che questa trasformazione debba piacerci. Si può continuare a preferire una voce nuda, con il respiro che affiora tra le parole, qualche incertezza e quella particolare fragilità che rende irripetibile un’esecuzione dal vivo. È una preferenza legittima, come lo è trovare espressività in una voce deformata elettronicamente.

Il gusto, però, non può diventare una norma universale. E la nostalgia per un determinato modo di fare musica non dovrebbe trasformarsi in un criterio di esclusione.

Semmai, la critica dovrebbe interrogarsi sulla capacità degli artisti di utilizzare questi strumenti in maniera personale, evitando che la tecnologia diventi un rifugio per idee musicali inconsistenti.

Perché il vero problema non è quante note possa correggere un software. È quello che rimane quando si ascolta la canzone.

Ci sono brani cantati magnificamente che non lasciano alcuna traccia. Altri, costruiti attorno a suoni artificiali e interpretazioni lontane dai canoni tradizionali, riescono invece a intercettare sensibilità, inquietudini e immaginari del proprio tempo.

Sanremo può certamente stabilire regole per garantire condizioni di esibizione coerenti. Ma dovrebbe evitare di confondere la tutela della competizione con la difesa di un modello musicale considerato più autentico soltanto perché appartiene al passato.

L’autotune passerà di moda, cambierà forma o verrà sostituito da altre tecnologie. Intanto appartiene alla musica che si produce e si ascolta oggi. E liquidarlo come un trucco significa rinunciare a comprendere una parte di quella musica.

LA RISPOSTA DI PAOLO LOGLI

L’autotune è un discorso complesso, ma non è il futuro della musica se serve a nascondere chi non sa cantare

Fabio Iuliano, proprio qui suThe Walk of Fame, scrive che vietare l’autotune a Sanremo significa non vedere come cambia la musica. Lo scrive in modo articolato, con argomenti seri, e la distinzione da cui parte regge: una cosa è l’effetto cercato, esibito, messo in primo piano come ha fatto Cher nel 1998, un’altra è la correzione che nasconde. Fin qui d’accordo. Poi però Fabio fa un movimento che non mi torna, e siccome non mi torna lo dico: prende gli esempi della prima cosa (Cher, T-Pain, Kanye) e li usa per assolvere la seconda.

Ma a Sanremo non si discute diBelieve. Si discute dell’intonazione corretta di nascosto, dal vivo, mentre uno fa finta di cantare e il pubblico a casa vota. Sono due cose diverse, e a chiamarle con lo stesso nome si finisce per fare di tutta l’erba un fascio. La distinzione, del resto, l’ha tracciata lui per primo.

Che la voce elettronica sia un linguaggio, nessuno lo nega, e meno che mai chi ha qualche capello bianco. Tra i miei idoli c’erano i Tangerine Dream e i Popol Vuh, che distillavano suoni, come cantava Eugenio Finardi inMusica ribelle, “alle porte del cosmo che stanno su in Germania”.

Quando sono usciti i Rockets li ho presi con fastidio, perché mi parevano la banalizzazione di una visione musicale: inOn the Road Againil vocoder era quasi una trovata teatrale, un costume. Poi ho scoperto i Kraftwerk, e ho capito che un nuovo strumento si stava aggiungendo. Aggiungendo, notate, non sostituendo: i Kraftwerk ci avevano costruito sopra un’idea di mondo, l’uomo-macchina, e la voce che si fa macchina era il tema. Ci avevano intitolato un disco,Die Mensch-Maschine, e se vogliamo ne avevano fatto anche un metodo.

Non c’era niente da nascondere, e non mi pare secondario.

Anche Neil Young, a un certo punto, il vocoder, che non è altro che il prozio dell’autotune (anche se uno modula la voce su un altro suono, l’altro la intona proprio), lo ha tirato fuori per cercare stimoli nuovi, e il disco,Trans, a dirla tutta, non è un gran disco.

Ma era una scelta dichiarata, pagata di persona da uno che sapeva cantare benissimo senza aggeggi che mascherano la voce. Semplicemente, ha deciso per un po’ di non farlo, contento lui… (noi un po’ meno) Ecco: in quel disco l’effetto – pessimo – viene comunque da una scelta. A Sanremo, il più delle volte, è un alibi.

E mi arriva l’odore di furbacchione da un chilometro.
Poi c’è la chitarra distorta, che è uno dei perni del ragionamento di Fabio. Nessuno chiederebbe a un chitarrista di rinunciare alla distorsione, e ci mancherebbe. Solo che la distorsione prende una cosa che sai fare e la porta altrove. Se non sai suonare, hai voglia di suonare distorto: suoni male lo stesso, e anzi si sente di più.

L’autotune correttivo fa esattamente il contrario, non estende una competenza, la sostituisce. La tarocca. Che detta così sembra una massima, ma è la differenza tra uno strumento e una stampella, e le stampelle, per carità, servono, ma le ammetteresti in una gara di corsa?

Quando facevo l’autore diLet’s Play, su Radio 2, un’ora di musica dal vivo in cui sono passati tutti, ma proprio tutti, a un certo punto è venuto a trovarci un idolo delle ragazzine, di cui ovviamente risparmio il nome. Eravamo in prova, nella mitica sala A di via Asiago, e lui cantava. O quanto meno ci provava. Mi sono avvicinato al suo manager: “Sta stonando da morire, bisogna dirglielo.” E quello, serafico: “Sì, lo so, quando non c’è l’autotune ha qualche problema.”

E qui arriviamo al punto che mi ha dato più fastidio, lo confesso, e cioè il passatismo che mi pare aleggiare. Il pezzo non lo dice mai con questa parola, ma lo costruisce: chi vuole regolamentare difende “una musica che non esiste più”, la nostalgia diventa “criterio di esclusione”. È un ritratto comodo, perché trasforma una questione di mestiere in una questione di gusto, e sul gusto, si sa, nessuno ha ragione.

Io non sono nostalgico di niente.

Ho lavorato coi più grandi e con alcuni ci lavoro ancora, e sono stato per anni autore diSanremo Giovani. Di cose nuove ne ho sentite e ne ho amate parecchie, e le ho viste nascere da dentro. La mia obiezione non riguarda il suono, riguarda una filosofia, e l’ho detto altre volte: l’idea che non serva saper fare una cosa per farla.

Attenzione, non è un’accusa a chi usa l’autotune. E meno che mai a Fabio, di cui so per certo che la trap non è la musica che ama, né quella che ascolta più volentieri. La sua distinzione l’ha fatta per correttezza.

Ci sono artisti che l’autotune lo usano con un’intelligenza straordinaria, e proprio perché sanno cantare lo scelgono, e lo piegano fino a farne una propria firma. Uno stilema, direbbero i più colti. Il problema comincia quando la macchinetta che camuffa gli stonati diventa la regola e non l’eccezione, quando il talento smette di essere un presupposto e diventa un optional.

Ma certo che ogni preferenza è legittima, anche se Karl Kraus, nel celebre aforisma a lui attribuito sulle mosche, avrebbe qualcosa da ridire. E ci faccio pace: se c’è gente a cui piace ascoltare voci senza modulazione e senza calore, è un problema loro. Ma come si dice, chiamiamo le cose col loro nome.

E qui il discorso esce dalla musica. Stavo per dire che diventa una questione etica, ma dirò di educazione civica e culturale, che è meno solenne e più vera.

Siamo in un mondo che sta insegnando ai giovani che faticare per ottenere una cosa non serve. C’è sempre una scorciatoia, un trucco, un correttivo. Un modo per aggirare i tornelli. E, peggio, la mediocrità dell’università della vita è assurta a chiave di volta, mentre gli accademici sono etichettati come dei tromboni, spesso in malafede, e comunque al soldo del potere. E questo succede anche nelle cose in cui dovrebbe essere evidente che la preparazione serve, la medicina per fare un esempio: assistiamo al trionfo del secondo me, una malintesa forma di democrazia in cui tutti possono fare tutto.

No. Tutti possono fare tutto se si preparano a farlo.

L’autotune, in una gran parte dei casi, è figlio della stessa logica per cui vai alGrande Fratelloe diventi attore. E prima o poi romanziere esposto sui banchi dei supermercati, e, basta aspettare un po’, regista dal tuo libro. Ecco.

Quindi, più che un divieto, a Sanremo servirebbe un giudizio detto chiaro e a voce alta. In una manifestazione che dovrebbe, anche se non lo fa, rappresentare l’intera musica italiana, e che si fregia del titolo di FESTIVAL DELLA CANZONE ITALIANA, saper cantare dovrebbe tornare una cosina non secondaria. Il pezzo di Fabio difende chi costruisce il proprio repertorio attorno alla voce trattata, cioè in sostanza la trap, come se non vivessimo già in una dittatura commerciale avallata da discografici e radio. Io tutto il resto.

E se poi qualcuno volesse spingersi fino al limite, nessuno scandalo: all’Eurovision, lo ricorda lo stesso Fabio, la correzione dell’intonazione dal vivo è vietata, e l’X Factoringlese, dopo le proteste per le voci ritoccate, ha annunciato che nelle esibizioni in gara non avrebbe più usato l’Auto-Tune. Lo so, suona un po’ dirigista, ma certe cose vanno dette.

Quando andavo all’università a Pisa, Istituto di Storia medievale, erano gli anni Ottanta, sul muro c’era una gigantesca scritta rossa: VIETATO VIETARE. Quindi questa regola, forse per imprinting, fa parte della mia formazione. Ma con gli anni ho cominciato a chiedermi se non vietare qualcosa significhi automaticamente tollerare e, nel passaggio successivo, consacrare.
No, non lo significa.

Vietare di per sé è un atto oscurantista, e va bene, ma non farlo non significa non esprimere, e se serve a voce piuttosto alta, il dissenso. E non significa non immaginare, in modo adeguato, dei correttivi.

I correttivi, a me, sembrano semplicemente una questione di equità, parola che qui vuol dire una cosa semplice, da cortile: che si parte tutti dalla stessa linea, o almeno si fa finta, e nessuno dà dell’oscurantista a chi chiede che per lo meno la linea sia tracciata dritta per tutti.

Qui invece uno canta senza rete, e accanto ce n’è un altro che senza rete non starebbe neanche in piedi, e si gareggia lo stesso come se niente fosse.

Quello che sto per citare non è lo stesso caso, lo so. Il pubblico, su questo, è meno ingenuo di quel che si pensa: nel 1990 i Milli Vanilli hanno perso il Grammy non perché fossero brutti, ma perché non erano loro a cantare. Che chi vota, e chi spende i suoi soldini per i dischi, abbia diritto di sapere chi sta cantando, e come, l’abbiamo capito benissimo da un pezzo.

E poi c’è la coerenza. Alla conferenza stampa di Sanremo, riporta l’ANSA, Stefano De Martino ha spiegato che l’autotune sarà ammesso “per non precludere il festival a una scena musicale intera, quella del rap, trap e drill, ma dovrà essere al servizio del genere”, mentre l’intelligenza artificiale no: “Preferiamo l’intelligenza artigianale: c’è molta umanità al centro della nostra visione”. Badate a cosa dice, in fondo in fondo. Che l’autotune non è neutro e che serve un criterio. Che non va bene sempre e comunque, poi, lo lascia intendere.

È esattamente quello che sostengo io, e che il pezzo di Fabio tratta come nostalgia. Il principio, quindi, lo condivide perfino il direttore artistico.

Ma chi stabilisce se un’intonazione corretta serve la drill o aiuta un cantante pop a non stonare? E un software che raddrizza le note mentre uno canta tutto mi pare, fuorché artigianale. Molta umanità al centro, dicono, e a difenderla piazzano una formuletta buona per tutte le stagioni. Così, nell’indistinto, ognuno fa come gli pare.

Nel suo pezzo, Fabio chiude dicendo che il vero problema non è quante note corregga un software ma ciò che rimane quando si ascolta la canzone. Su questo gli do ragione piena. Aggiungo solo che dipende da chi la canzone l’ha fatta, e da cosa sapeva fare prima di farla. Ma per lo meno non diciamo che essere contro l’autotune è oscurantismo e miopia sul presente.

Nel presente c’è, e aggiungo per fortuna, una grossa fetta di cantanti e musicisti che sanno cantare e suonare.
Senza aiutini.

Fonte: The Walk of Fame

Foto di Andy Makely su Unsplash

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