Caccia a un posto all’ombra e a una presa di corrente
Sono in tre, seduti su pezzi di cartone all’ombra di un pioppo. Uno ha la maglietta rossa, un altro bianca, il terzo verde militare. Gli zaini sono appoggiati a terra. Dietro di loro c’è la recinzione di un edificio, davanti passa la nuova pista ciclabile di Piazza d’Armi. Poco più in là una transenna, ghiaia, terra secca. È ora di pranzo. Sotto il sole si sta male, sotto quell’albero qualche grado in meno basta per fermarsi e mangiare. A poche decine di metri la grande copertura dell’area skate offre un’altra zona d’ombra. Sotto, quasi al centro dello spazio, un ragazzo siede da solo su una panchina. Intorno cemento, rampe, strutture ancora spoglie. Sullo sfondo le montagne. Il sole di fine agosto all’Aquila picchia forte e nelle ore centrali le temperature di queste settimane sono state insolitamente alte. Così la giornata di chi non ha una casa si organizza anche inseguendo l’ombra.
In viale Ovidio c’è un’altra necessità, meno evidente. Le aree di sosta vengono cercate perché ci sono punti dove è possibile trovare corrente e ricaricare il cellulare. Un dettaglio minuscolo solo per chi la sera torna a casa. Per chi vive fuori significa usare una mappa, tradurre una frase, conservare un contatto, sapere dove presentarsi, chiamare qualcuno che forse può indicare un posto per la notte. Faisal si muove dentro questa città. È pakistano, capelli neri, barba corta, una maglietta rossa e lo zaino sulle spalle. In Italia è arrivato attraverso la rotta balcanica, percorrendo lunghi tratti a piedi. La sua storia somiglia a quella di molti ragazzi partiti dal Pakistan: una famiglia da aiutare e spesso un debito contratto per pagare gli intermediari.
Pakistan, Iran (superato ben prima dell’attuale crisi), Turchia, poi l’Europa. Passaggi pagati, confini attraversati a piedi, soste, respingimenti. Quel percorso viene chiamato da molti migranti the game. Il gioco. Solo che può durare mesi e un respingimento può significare tornare indietro di centinaia di chilometri. Arrivare non significa aver finito. In corso Federico II, davanti agli uffici della Prefettura, Faisal si presenta insieme ad altri ragazzi. Sono quattro o cinque. Aspettano sotto il portico, davanti alle porte a vetri. Dicono di cercare da una ventina di giorni una sistemazione. Chiedono un alloggio, vestiti, un posto nel sistema di accoglienza. Chiedono un alloggio, vestiti, di entrare nell’accoglienza. Sono finiti davanti all’Ufficio patenti. Un usciere prova a spiegare in inglese che quello non è lo sportello giusto. Loro rimangono lì.
Poco dopo esce un funzionario, camicia e cravatta nonostante il caldo. Si ferma, ascolta, spiega che esiste un ordine, una lista, delle priorità e che il primo passaggio deve essere fatto in Questura. Poi chiede: «Chi vi ha fatto venire qui all’Aquila?». Vuole capire se qualcuno abbia indicato loro la città promettendo un posto. Se avete pagato persone che vi hanno mandato qui con quella promessa, spiega, sappiate che «sono criminali». I numeri, rispetto all’inverno, sono diminuiti. Pierino Giorgi, Pierino Giorgi, coordinatore del Movimento Celestiniano e presidente della Fraterna Tau, parla di una situazione tornata entro dimensioni gestibili, con un flusso ridotto e costante. Una settimana fa, riferisce, circa cinquanta persone sono state distribuite nei diversi Cas del territorio aquilano. I posti si liberano e vengono riassegnati. Il problema è ciò che resta ai bordi. «Gli invisibili per noi non sono invisibili», dice Giorgi.
E tra gli invisibili ci sono anche italiani. Giorgi stima in una quindicina o una ventina le persone senza dimora presenti all’Aquila. Alcune trovano riparo in scantinati, edifici vuoti o aree non utilizzate dei Progetti Case. Sistemazioni di fortuna, anche perché in città non esiste un dormitorio comunale.
Con il caldo aumentano soprattutto alcune necessità elementari. Lavarsi. Cambiare l’intimo. Mangiare. «Le nostre docce sono continuamente in funzione. Vengono, fanno la doccia, diamo quello che abbiamo, mangiano e poi se ne vanno». C’è poi chi esce dai Cas dopo la conclusione negativa della procedura per la protezione.
È il passaggio che Giorgi considera più critico. Finché una persona è all’interno dell’accoglienza si sa dove vive e può essere seguita. Dopo, spesso, se ne perdono le tracce. «Quando escono non sappiamo più dove vanno, cosa fanno, come si procurano il cibo». La rete dell’assistenza non riguarda soltanto chi arriva da lontano. La Caritas diocesana dell’Aquila, diretta da don Dante Di Nardo, continua a intercettare famiglie e persone in difficoltà economica, italiane e straniere. A Piazza d’Armi c’è la Mensa di Celestino, gestita proprio dalla Fraterna Tau presieduta da Giorgi. Ogni giorno prepara oltre cento pasti tra quelli consumati sul posto e quelli da asporto. Accanto al cibo ci sono distribuzione di viveri e altri servizi per persone e famiglie in difficoltà.
Il dormitorio provvisorio utilizzato durante l’inverno adesso non è aperto. Non è una struttura comunale stabile: era stato predisposto per affrontare l’emergenza delle temperature più rigide. Giorgi spiega che, se prima del prossimo inverno non saranno individuate altre soluzioni, c’è la disponibilità a riaprirlo. Perché anche ad agosto qui il problema cambia nel giro di poche ore. Durante il giorno il sole porta temperature molto alte e chi resta in strada cerca alberi, portici, tettoie, acqua, un posto dove lavarsi. Dopo il tramonto l’escursione termica si sente. L’aria diventa fresca, soprattutto nelle zone aperte. Per chi dorme fuori significa avere comunque bisogno di qualcosa con cui coprirsi. Fra qualche mese quello stesso fresco diventerà freddo vero.



