Tom Rivett-Carnac: il futuro e le nostre scelte
30 Ottobre 2020 Condividi

Tom Rivett-Carnac: il futuro e le nostre scelte

“Davvero gli umani agiscono attentamente e in modo duraturo su un problema di primaria importanza solo quando sentono di avere un alto livello di controllo? Guardate queste immagini. Queste persone sono operatori sanitari e infermieri che hanno aiutato l’umanità ad affrontare il coronavirus che si è diffuso nel mondo come pandemia, negli ultimi mesi. Queste persone possono forse impedire la diffusione della malattia? No.

Possono evitare che i loro pazienti muoiano? Per alcuni hanno potuto evitarlo; ma per altri no, perché era fuori dal loro controllo. Questo rende il loro contributo inutile e insensato? È offensivo anche solo pensarlo. Quello che fanno è prendersi cura di altri umani come loro nel loro momento di maggiore vulnerabilità.

E quel lavoro ha un enorme significato, al punto che basta mostrarvi queste foto per rendere evidente che il coraggio e l’umanità che stanno dimostrando queste persone rende il loro lavoro una delle cose più significative che un essere umano possa fare, anche se non hanno controllo sul risultato. Questo è interessante, perché ci dimostra che gli uomini sono capaci di intraprendere azioni dedicate e durature, anche senza conoscerne il risultato. Ma questo apre un altro quesito. C’è un modo in cui possiamo farlo, la combinazione potente di un’atteggiamento di vero sostegno che combinato ad un’azione coerente possa permettere ad intere società di agire in modo duraturo e attento per un obiettivo comune.

Storicamente, è stato usato con grandi risultati. Ve lo dimostro con un esempio storico. In questo momento, mi trovo nei boschi vicino casa mia, nel sud dell’Inghilterra. Questi boschi non sono lontani da Londra. 80 anni fa, la città era sotto attacco. Alla fine degli anni ’30, gli inglesi avrebbero fatto di tutto per non guardare in faccia la realtà: Hitler avrebbe fatto di tutto per conquistare l’Europa. Freschi delle memorie della Prima Guerra Mondiale, erano terrorizzati delle aggressioni naziste. E avrebbero fatto di tutto per evitare quella realtà. Alla fine, la realtà si fece strada.

Churchill viene ricordato per molte cose, e non tutte positive, ma quello che ha fatto nei primi anni della guerra è stato cambiare la storia che gli inglesi si raccontavano su quello che stavano facendo e che sarebbe poi successo. Dove prima c’erano ansia, nervosismo e paura, ora c’era una calma determinatezza, un’isola sola, tempi migliori, una generazione migliore, un Paese che li avrebbe combattuti sulle spiagge, sulle colline e nelle strade, un Paese che non si sarebbe mai arreso.

Quel cambiamento dalla paura e dall’ansia all’affrontare la realtà, per quanto dura potesse essere, non aveva niente a che fare con la vittoria o meno della guerra. Non c’erano novità dal fronte che le battaglie migliorassero nemmeno quando un potente nuovo alleato si era unito alla battaglia cambiando il vento in loro favore. Fu semplicemente una scelta. Emerse una profonda, determinata e tenace forma di ottimismo, che non evitava né negava l’oscurità che si avvicinava, ma si rifiutava di lasciarsene dominare. L’ottimismo tenace è potente.

Non dipende dal dare per scontato che il risultato sarà positivo o dall’avere un pio desiderio di un futuro migliore. Però anima l’azione, e la infonde di significato. Sappiamo che da allora, nonostante il rischio e le sfide, era un tempo infuso di obiettivi e più fonti hanno confermato che tutte le azioni, dalla guida della Battaglia d’Inghilterra al semplice atto di tirare fuori le patate dal terreno, si infusero di significato. Erano orientate verso un obiettivo, e un risultato, comune.

Lo abbiamo visto nel corso della storia. Quest’unione dell’ottimismo profondo, determinato e tenace, con l’azione: quando l’ottimismo conduce a una determinata azione, allora possono alimentarsi a vicenda; senza ottimismo tenace, l’azione non si regge da sola; senza l’azione, l’ottimismo tenace è solo un’atteggiamento. Insieme, possono trasformare l’intero problema e cambiare il mondo. L’abbiamo visto in diverse occasioni.

L’abbiamo visto quando Rosa Parks si rifiutò di alzarsi dal bus. L’abbiamo visto nella Marcia del Sale di Gandhi. Quando le suffragette dicevano che: “Il coraggio chiama al coraggio ovunque”. E quando Kennedy disse che nel giro di 10 anni avrebbe messo un uomo sulla Luna. Questo elettrizzò la popolazione, che si concentrò sul comune obiettivo contro un avversario cupo e spaventoso anche se non sapevano come realizzarlo.

In ognuno di questi casi, un ottimismo realistico e crudo, ma anche determinato e tenace, non era conseguenza del successo. Ne era la causa”.