0:12
La risposta arriva dopo qualche secondo, ma l’audio non parte. Resta lì, grigio, con il triangolino immobile al centro dello schermo. Abbassa il volume, poi lo si rialza, come se il problema potesse essere tecnico e non quella sensazione sottile che ormai si riconosce subito.
Preme play di nuovo.
Niente.
Solo la durata: 0:12.
Dodici secondi muti diventano lunghissimi quando dentro ci si è già infilati interpretazioni, possibilità, mezze paure. Il telefono finisce sul tavolo, poi torna in mano quasi subito. Dalla finestra entra ancora odore di asfalto caldo. Le scarpe da corsa restano vicino alla porta, una leggermente sopra l’altra, come se anche loro si fossero fermate a metà frase.
Il messaggio continua a non sentirsi.
Per un attimo sembra quasi meglio così. Finché una voce resta chiusa lì dentro, può ancora dire qualunque cosa. Può chiedere di vedersi. Può ridere.
Può essere tenera. Può anche non essere niente. Si apre la chat, la si richiude. Si guarda l’ora. Sono le 20:47.
Dodici secondi.
Il cervello umano riesce a costruire romanzi interi con molto meno. A volte basta una punteggiatura sbagliata. O un microfono del cellulare che non si attiva. Intere relazioni appese a notifiche, latenze, audio corrotti e interpretazioni forensi di emoji.
Civiltà solidissima.
