Radiohead, due ore ipnotiche sotto il prisma luminoso dell’Unipol
15 Novembre 2025 Condividi

Radiohead, due ore ipnotiche sotto il prisma luminoso dell’Unipol

All’Unipol Arena ci arrivi già in difesa, con addosso la stanchezza della settimana convinto che saranno due ore belle cariche. Ti basta vedere il prisma luminoso a dodici facce che si apre e si chiude intorno ai Radiohead per capire che la serata andrà oltre il solito concerto. Il palco è al centro, loro in mezzo, noi intorno. Prima delle quattro notti bolognesi, ritorno dopo sette anni: già così basterebbe. Invece no, ci sono venticinque brani in cui arrangiamenti e luci ti lavorano addosso, ti spingono a guardarti dentro, a fare i conti con quello che magari pensavi di aver sistemato altrove.

“Planet Telex” apre la serata, un pugno d’aria che ti riporta subito indietro, e “2 + 2 = 5” arriva subito dopo a mettere in fila numerologia e memoria: 18 brani più 7 in encore, la formula fissa del tour, loro che giocano coi numeri come fossero una piccola ossessione. I dodici schermi verticali si abbassano e chiudono la band in una gabbia di led, poi si rialzano all’improvviso: Thom Yorke e gli altri spuntano da una scalinata sotterranea, come se salissero da un piano inferiore dell’arena. All’inizio Yorke resta quasi immobile davanti alla sua postazione di strumenti, come se stesse prendendo le misure dello spazio. Poi il corpo comincia a cedere al ritmo: prima piccoli cenni, poi la danza piena, mentre esalta con i movimenti e con lo sguardo la parte ritmica, batteria e percussioni suonate a quattro, sei e a tratti otto mani, in un incastro che tiene insieme tutto.

Jonny Greenwood si muove meno, ma ogni volta che afferra la chitarra la stringe quasi in un abbraccio, come se dovesse proteggerla. Attorno, 14mila persone seguono ogni gesto con un’attenzione che sfiora il religioso: i telefoni ci sono, inevitabili, ma colpisce di più il silenzio tra un brano e l’altro, il modo in cui il pubblico aspetta il prossimo cambio di luce, il prossimo attacco.

Ci sono momenti in cui il concerto si pianta addosso. “No Surprises” arriva come una carezza storta: il carillon dolce, le luci più morbide, e dentro l’innocenza del tempo che passa e non torna, vista dalla distanza di oggi. “Everything in Its Right Place” è il punto in cui i sensi si smarriscono: il prisma si richiude attorno a Yorke, la sua voce si frammenta sui led, le parole si ripetono e scivolano, il brano si dilata e per un attimo non sai più dove appoggiarti, prima che il synth ti riprenda qualche battito più tardi. Con “Weird Fishes/Arpeggi” si entra in un vortice in cui la platea respira sulla stessa progressione, come un unico organismo.

Il viaggio passa per “Bloom”, “The Gloaming”, “There There”, “Videotape”, “Daydreaming”, “Subterranean Homesick Alien”, “Bodysnatchers”, “Idioteque”. I colori cambiano continuamente: rosso profondo, verde acido, fucsia, blu elettrico, nero che inghiotte tutto. A tratti l’arena si chiude, si apre, mostra e nasconde, mentre sopra e intorno scorrono immagini e frammenti di testo. Non è solo un catalogo del passato: la musica arriva ancora nervosa, inquieta, attuale.

Quando la struttura luminosa si richiude e poi si riapre per la parte conclusivo, entrano in scena i brani che tutti aspettano e che nessuno vorrebbe ridurre a semplice nostalgia. “Fake Plastic Trees”, “Let Down”, “Paranoid Android”, “You and Whose Army?”, “A Wolf at the Door”, “Just”, “For a minute there, I lost myself”. Le canzoni che ti porti dietro da anni diventano una cosa comune: chi le ha consumate su cd, chi le ha scoperte in cuffia, tutti nello stesso coro. Su “Karma Police” l’arena canta davvero tutta insieme, come se fosse l’unico modo per chiudere il cerchio. Alla fine scorrono parole, immagini, pezzi di Dichiarazione universale dei diritti umani: articoli, diritti, libertà. Dentro c’è la musica, fuori c’è il resto del mondo che continua a bruciare. Tra il pubblico, sulle battute finali, si sente che qualche coro: “Free Free Palestine”.

Fuori, tra le file di auto, le voci impastate dalla stanchezza e i ritornelli ripetuti a bassa voce, la sensazione è chiara: questo ritorno non è una rimpatriata di lusso. I Radiohead del 2025 non stanno lì per farsi ricordare: continuano a essere un posto in cui andare quando c’è bisogno di perdersi un po’ e vedere cosa è rimasto al proprio posto, nel frattempo. Se per rivederli toccherà aspettare altri sette anni, dopo una serata così, l’idea di ricominciare da capo non sembra affatto una follia.

di Fabio Iuliano – fonte: Thewalkoffame.it