L’America amara dei neri sale in cattedra all’Aquila
6 Maggio 2019 Condividi

L’America amara dei neri sale in cattedra all’Aquila

Due prospettive a confronto per inquadrare la questione razziale negli Stati Uniti nell’era di Trump. Un doppio appuntamento che vedrà la partecipazione di Karlene Griffiths Sekou, attivista di Black Lives Matter che ha scelto L’Aquila come tappa del suo tour europeo in supporto delle istanze del movimento internazionale originato all’interno della comunità afroamericana, impegnato nella lotta contro il razzismo.

Domani, per iniziativa del Collettivo Fuori Genere e dell’Aquila Film Festival, l’aula magna del dipartimento di Scienze umane ospiterà proiezioni e dibattiti sul tema delle discriminazioni. L’occasione è la prossima uscita dell’ultimo lavoro di Roberto Minervini “Che fare quando il mondo è in fiamme?”. Un film che verrà proiettato in anteprima nazionale alle 20 (l’uscita nelle sale è prevista per giovedì 9). In apertura, alle 18.30, l’intervento della Griffiths Sekou in un incontro organizzato insieme al Caffè Letterario Aquilano e all’Unione degli Universitari.

L’attivista ha alle spalle oltre vent’anni di esperienza professionale nell’ambito della sanità pubblica e nei settori dell’impegno comunitario, della salute materna e infantile, della prevenzione dell’Hiv e dell’Aids, negli Stati Uniti. Fa parte del Dignity Project International, un’istituzione che si occupa di diritti umani e di politica offrendo consulenza e formazione a governi, organizzazioni e società civile. Un impegno costante in favore della sovranità della terra, dei diritti degli indigeni, di giustizia di genere, della costruzione di movimenti sociali e di interconnessione delle reti di solidarietà dei movimenti. Il lavoro della Griffiths Sekou spazia oltre i confini degli Usa per includere l’America Latina e i Caraibi, il Sud Africa, il Regno Unito e la Francia.
Il dibattito, promosso con il supporto di Francesco Pezzuti, vedrà la partecipazione del giornalista Roberto Ciuffini. A seguire la proiezione del film di Minervini, il regista e autore marchigiano, ormai trapiantato negli Stati Uniti. “Che fare quando il mondo è in fiamme?” racconta la storia di una comunità di africani-americani di Baton Rouge, Louisiana, durante il mese di luglio del 2017.

Dal 5 al 17 luglio di quell’anno, Baton Rouge fu teatro dell’uccisione di un giovane nero di nome Alton Sterling, del successivo scontro tra la polizia e i manifestanti che condannano quell’omicidio, e dunque, di alcuni episodi di violenza contro la polizia. In particolare, l’aggressione per mano di un militante del movimento “Black Lives Matter” che si concluse con la morte di tre agenti di polizia e il ferimento di altri tre. Questo è il contesto di sfondo sul quale scorrono tre storie parallele di individui che quotidianamente lottano per la giustizia, la dignità e la sopravvivenza, con la consapevolezza di appartenere ad una razza che non ha mai smesso di essere oggetto di sfruttamento, discriminazione e violenza dai tempi dello schiavismo. Judy, figlia di musicisti di Tremé, quartiere nero di New Orleans, alle prese con la gestione di un bar minacciato dalla “gentrificazione”, ossia il processo di trasformazione di un’area popolare in zona abitativa di pregio, con conseguente cambiamento del quadro socio-economico.

Ronaldo e Titus, fratelli giovanissimi con un padre in prigione, che cercano in tutti i modi di tenersi invano alla larga dai guai, in un quartiere consacrato ormai alla violenza, e infine Big Chief Kevin Goodman, con i suoi abiti artigianali da nativo americano, e la sua incessante lotta per mantenere vivo il patrimonio culturale della sua gente attraverso i riti del canto e del cucito. Presentato in concorso alla 75esima mostra del cinema di Venezia e vincitore di numerosi premi internazionali, il film si propone come una lirica e potente riflessione sul concetto di razza in America e nel mondo. Anche questo appuntamento si propone come una prosecuzione ideale del tema “Born in the Usa – controcanto all’American Dream”, portato avanti dal Caffè letterario, sin dallo scorso anno, attraverso la poesia Beat, le suggestioni di Woodstock e alle grandi firme della canzone d’autore statunitense.

di Fabio Iuliano – fonte: il Centro