Quei fiori che sbocciano nelle case dei matti di Collemaggio
5 Marzo 2016 Condividi

Quei fiori che sbocciano nelle case dei matti di Collemaggio

Dentro quelle pareti rosa c’era un mondo fatto di piccoli gesti quotidiani. Parole scandite a mezza bocca e immagini ripetute. Il dolce sorriso di Peppino, le bambole di Antonella, le grandi mani di Lamberto, le letture assorte di Donato. Quel microcosmo di rituali ad appuntamento fisso, come la messa della domenica con padre Quirino Salomone, un rito semplice accompagnato da canzoni semplici strofa-ritornello-strofa-ritornello mentre il vento faceva muovere i vetri di Turris Eburnea.

20160220_091437_resized_1Quella casa famiglia, messa di fronte alla vecchia colonia agricola, era l’ultimo avamposto della città dei matti, quell’ospedale psichiatrico che, nel secolo scorso, a pieno regime arrivava a ospitare oltre 1.300 pazienti contemporaneamente. Una città nella città. La legge Basaglia ha cambiato tante cose, ridisegnando gli equilibri di questa enclave. Tante strutture sociali e ricreative sono nate al posto della città dei matti. Un nuovo equilibrio provvisorio spazzato solo dal sisma. Da quella notte del sei aprile, tante strutture sono state abbandonate.

Tra queste proprio quella casa famiglia rosa e quelle persone, che padre Quirino ogni domenica chiamava “autorità della sofferenza…” sono finite sparse prima tra le tendopoli allestite all’Aquila e poi in varie strutture di cura sparse per tutto l’Abruzzo, fino ad Atessa. Qualcuno, purtroppo è finito nei ricordi di chi lo ha conosciuto. Oggi quella casa rosa è alla mercé di tutti. Libri, oggetti personali, analisi e lastre sono rimasti lì. Nessuno sembra aver toccato nulla. Una drammatica e impietosa fotografia del momento. Volumi di psicologia, manuali di benessere, scarpe abbandonate, vestiti alla rinfusa. L’unica eredità di un presente che ormai fa parte del passato.

Quel passato della città dei matti su cui ha indagato a lungo il giovane scrittore avezzanese, Francesco Proia, già autore del fortunato romanzo storico “Polvere di Lago” che ha deciso di dedicare la sua seconda fatica proprio all’ospedale psichiatrico di Collemaggio. “Il Nido della follia”, un thriller che nel titolo e nell’ispirazione rappresenta un omaggio a “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, propone una storia che diventa occasione di dibattito sulle responsabilità della psichiatria e sui tanti enigmi della mente umana. La storia è ambientata nel manicomio di Collemaggio nell’anno della terribile nevicata del 1956. Una circostanza che rese questo luogo dove si rinchiudevano le persone considerate “folli”, ma anche semplicemente diverse o socialmente scomode, ancora più isolato dall’esterno.

20160207_155040_resized

Un’ispezione ministeriale condotta da un funzionario “novellino” e uno psichiatra navigato, costituisce il pretesto per parlare della follia e della rappresentazione che se ne fa nella realtà. «Molte delle persone che vede intorno a sé», si legge in un passaggio del libro, «sono qui solo perché non sono in grado di badare a loro stesse, o perché i loro familiari si vergognano di loro». Così più avanti, lo psichiatra ministeriale esperto dirà: «Il manicomio non è mai stato un luogo di cura, è sempre servito a isolare e occultare la malattia mentale, da sempre considerata uno scandalo per la società». «La follia rappresenta un legame stretto con il subconscio, che attrae e fa paura allo stesso tempo», ha detto Proia. «Ho studiato la situazione del manicomio, documenti inquietanti e dolorosi, contenuti angoscianti il cui contatto quotidiano mi ha coinvolto emotivamente».

madflowers

Elemento caratterizzante della stesura del racconto è la fusione storica e geografica, non frutto della fantasia, con il capoluogo: «La memoria di questo posto è importante come spunto di riflessione sarebbe bello usare questi spazi in parte abbandonati per preservare il ricordo di quello che è stato». Una memoria
12065645_10206668923229010_8924797546898017242_nche si preserva anche attraverso documenti che raccontano una storia che va dalla prima metà del Novecento agli anni ’70. Si è parlato a lungo, ad esempio, delle lastre ritrovate dall’aquilano Stefano Mazzetta con drammatiche istantanee di quel mondo. Quegli spazi che ora, fortunatamente, tornano a riempirsi di arte e occasioni di aggregazione, come fiori che sbocciano nelle case dei matti.

di Fabio Iuliano – fonte il Centro