11 giugno 2014 Condividi

Spoltore, muore nello schianto una promessa della boxe: si allenava sulle orme del fratello Alì

ImmagineSacco in pelle scura, guantoni Everlast. Fasce azzurre da avvolgere strette intorno alle dita. E un sogno da rincorrere gancio dopo gancio, jab dopo un montante. Tutti i santi giorni. Almeno due ore al giorno, nella palestra di Luciano Di Giacomo sulle orme del fratello Alì già nel gotha del pugilato in virtù di un titolo nazionale conquistato qualche anno fa. Leon Hamza era all’inizio della parabola ascendente: la maggiore età gli aveva portato quello status di “atleta italiano” di cui non poteva avvalersi, per regolamento fino ai diciotto anni, nonostante fosse nato e cresciuto a Pescara. Da qualche mese, era entrato da qualche tempo nel giro degli azzurrini, forte di alcuni successi ottenuti su vari ring del centro Italia. Una progressione che lo avrebbe portato chissà dove, se quel muro maledetto non avesse fermato il battito del suo cuore, l’altra notte. Un incidente drammatico a Spoltore, lungo la strada che porta a Villanova.

LE FOTO L’incidente in viale Europa

L’auto in cui Leon viaggiava con altri quattro amici è finita fuori strada e si è schiantata contro il muro di recinzione di una abitazione privata. Per lui non c’è stato niente da fare. Era il secondo di tre fratelli, tutti e avviati alla “nobile disciplina”, anche Giuseppe, il più piccolo, di 17 anni, si allenava. Una famiglia di origine kosovara, arrivata a Pescara all’inizio degli anni Novanta per sfuggire alla crisi dei Balcani.

Papà Dzimi e mamma Elvira si erano stabiliti da tempo nella zona di Zanni, al quarto piano di un palazzo in via Dalla Chiesa. Lì vivono famiglie dalle storie simili, povertà e immigrazione, ma anche voglia di riscatto sociale, voglia di indicare ai propri figli la strada di un futuro diverso. Per un avvenire più appagante. Leon ci provava sul ring. Era quello il suo lavoro, anche se per entrare nella cerchia ristretta del professionismo ci voleva ancora. Ogni tanto, certo, dava una mano al padre e al fratello più grande in questo o in quel lavoro.

Ma quella palestra è una piccola Marcianise: una speranza per tanti giovani a rischio che piuttosto che sarebbero in giro a fare risse, piuttosto che prendere a cazzotti un pungiball. Leon aveva lasciato la scuola, ma era molto assiduo negli allenamenti. Combatteva nei pesi Welter (-69 chili). «Era una delle speranze del nostro centro», spiega Lorenzo Di Giacomo, pugile in attività, oltre che figlio di Luciano, il coach dei tre fratelli. Il suo cartellino era gestito in comproprietà con la scuola pugilistica “Tullio Di Giovanni”, come ricordato dal presidente della Fip (Federazione pugilistica italiana) Alberto Brasca, tra i primi a fare le condoglianze. «Lo abbiamo seguito sin da quando era poco più di un bambino», prosegue Di Giacomo, «quello che è successo ci dà un dolore immenso: che il guerriero riposi in pace».

Fuori del ring Leon era un ragazzo come tanti, pieno di amici e di voglia di fare. Qualche capatina su corso Manthonè, la spiaggia nel fine settimana, le passeggiate sulla riviera. Molti teenager sono andati ad abbracciare i familiari, sin dalle ore immediatamente successive alla tragedia.

La famiglia del ragazzo è di religione musulmana, così come tanti amici e conoscenti. «Ho visto crescere Leon, era un ragazzo bravo ed educatissimo», scrive Francesca Cupido, una vicina di casa su Facebook, nel chiedere rispetto di fronte a un dolore così grande che ha colpito la famiglia Hamza. «L’altra notte, questa via era piena di auto, anche i genitori del ragazzo erano in strada», spiega un altro vicino. «In questa zona tutti conoscevano Leon, pure i miei ragazzi si sono stretti attorno a quei poveri genitori che stanno vivendo delle ore terribili». Persino all’obitorio, nel pomeriggio, sono andati in tanti. La salma del ragazzo è stata oggetto di accertamentii, utili all’inchiesta della magistratura relativa all’incidente.

di Fabio Iuliano – il Centro

©RIPRODUZIONE RISERVATA