“Non me lo dire”
27 Ottobre 2026 Condividi

“Non me lo dire”

“Buccia di banana, nocciolina americana. Se qualcosa non va bene, me lo dici a me. Ma se tutto va bene, non me lo dire”.

Ottavo chilometro della Maratona di Venezia. Ho appena mangiato un paninetto al prosciutto rimediato per strada, “perché altrimenti che li abbiamo uccisi a fare, questi maiali?”, come va dicendo l’allevatore locale che me lo offre in alternativa alle banane. E mi torna in mente una canzone che mi ero inventato quando avevo cinque anni e mezzo.

Non so perché. Non ci pensavo da almeno quarant’anni. Eppure eccola lì, completa di melodia e parole senza senso. O forse un senso ce l’avevano, almeno in quel momento.

“Se qualcosa non va bene, me lo dici a me. Ma se tutto va bene, non me lo dire”.

Il ritornello comincia a girarmi in testa mentre attraverso la Riviera del Brenta. Siamo partiti da Villa Pisani, a Stra, e davanti ci sono Fiesso d’Artico, Dolo, Mira, le ville affacciate sul fiume e parecchia strada da fare.

Per i primi venti chilometri adotto una strategia che qualsiasi allenatore boccerebbe: correre il più possibile, mettere da parte qualche minuto e poi, eventualmente, spendermelo nella seconda metà. Il tempo massimo è di sei ore. Visto che ho pagato l’iscrizione, se ne avessi avuto bisogno me le sarei prese tutte.

Intanto le gambe girano. Anche troppo bene.

“Da Stra a Strava”, leggo su un cartello. Peccato che Strava io non lo usi neanche morto. Non ho neppure un Garmin. Corro con il telefono, la musica e una discreta propensione a prendere decisioni discutibili.

Lungo il percorso incontro una band tutta al femminile che suona Man in the Box degli Alice in Chains. Mi fermo. Non potevo fare diversamente. Se qualcuno decide di suonare grunge durante una maratona, almeno qualche secondo glielo devi.

Poi Marghera, Mestre, il passaggio nella zona del museo M9. Arrivo alla mezza maratona e sto ancora correndo come volevo. Al trentesimo chilometro ho un tempo migliore di qualsiasi mio precedente allenamento su quella distanza. Il che è abbastanza curioso, considerando che negli ultimi mesi non sono mai andato oltre i venti chilometri.

C’è una ragione, peraltro. Negli ultimi tempi correre non è sempre stato piacevole. Durante alcuni allenamenti la testa prendeva direzioni che le gambe non potevano seguire.

Sulla strada per Venezia, invece, quei pensieri ogni tanto tornano, ma non riescono a prendersi tutta la scena. Li lascio passare. C’è abbastanza altro da guardare.

Attraverso il Parco San Giuliano. La strada si apre, compare la laguna. Poi il Ponte della Libertà, quasi quattro chilometri dritti verso Venezia, che finalmente comincia a prendere forma davanti agli occhi.

Nelle cuffie parte Bitter Sweet Symphony dei Verve. Quest’anno era all’inizio della playlist del Rockin’1000 a Torino. Mi torna in mente quella musica, quella gente, quel momento. E questo mi dà carica.

Non so se sia merito della canzone, del ponte o del fatto che, dopo trenta e passa chilometri, sto ancora ragionando abbastanza lucidamente. Fatto sta che continuo.

Qualche crisi arriva. Ci mancherebbe. Le gambe cominciano a presentare il conto e io cerco di non discutere troppo. Un cartello lungo il percorso aveva già chiarito la questione: “Se fosse stato facile si sarebbe chiamato padel”.

Entro a Venezia dalla zona portuale, raggiungo le Zattere, corro accanto al Canale della Giudecca. A Punta della Dogana c’è il ponte galleggiante sul Canal Grande, montato apposta per la maratona. Poi Piazza San Marco.

E i ponti. Quattordici negli ultimi tre chilometri, con le rampe di legno che aiutano, ma non fanno miracoli. A quel punto ogni piccolo dislivello ha qualcosa di personale contro di me.

La gente applaude, la città scorre ai lati, io continuo a correre. Ormai manca poco.

Riva Sette Martiri. Il traguardo.

Guardo il cronometro.

4 ore, 22 minuti e 34 secondi.

Il mio precedente personale era di 4 ore e 52 minuti, a Dubai. Mezz’ora in meno. a voler essere precisi.

A me del tempo non è mai importato granché. Ho corso maratone per vedere città, ascoltare musica, incontrare persone, portarmi a casa qualcosa che non fosse soltanto una medaglia. Stavolta, però, davanti a quei numeri, mi vengono le lacrime agli occhi.

Forse perché non pensavo di riuscirci. Forse perché sapevo quanto era stato difficile, negli ultimi mesi, anche soltanto uscire a correre con la testa libera.

La Maratona di Venezia, comunque, la consiglio. Per la varietà del percorso, per le ville della Riviera del Brenta, per il passaggio dalla terraferma alla laguna. E per quell’arrivo sulle strade della Serenissima, con San Marco alle spalle e il traguardo davanti.

Quanto alla canzone dei miei cinque anni e mezzo, mi è rimasta in testa per buona parte della gara.

“Se qualcosa non va bene, me lo dici a me. Ma se tutto va bene, non me lo dire”.

E alla fine non me lo sono mai detto. Da Venezia è tutto.

#VeniceMarathon #AperolSprint

FOTO