“L’Iran non deve restare solo”
Mahmud Matin Kavè vive all’Aquila da quarant’anni ormai, ma in questi giorni l’Iran è di nuovo lì, appiccicato addosso. Di nostalgico c’è poco: qui si tratta più di urgenza. “Domenica ci sarà una manifestazione”, dice, “per sensibilizzare l’opinione pubblica”. Le notizie che si accavallano in questi giorni hanno un filo comune: la regia del potere tra blackout, paura, e una conta delle vittime che cambia con la linea, con la censura, con chi riesce ancora a far uscire una voce.
I numeri fanno spavento: nel momento in cui stiamo scrivendo si arriva a parlare anche di 12mila vittime, come riporta Iran International, in quello che il media di opposizione basato a Londra definisce “il più grande massacro nella storia contemporanea dell’Iran, avvenuto in gran parte nelle notti dell’8 e 9 gennaio”.
Kavè è arrivato in Italia nel 1982, dopo la rivoluzione islamica in Iran e la chiusura di tutte le università. Per lui partire significava molto più di un trasferimento: voleva conoscere una nuova cultura, laurearsi in ingegneria (e ci è riuscito in soli 5 anni a Roio) e costruire il futuro che il suo Paese gli aveva negato.
La mobilitazione
Oggi, da qui, mette a fuoco un punto: dalla comunità all’estero non si ribalta un Paese, però si può evitare che finisca nel buio. “Per ora il contributo è solo l’appoggio morale e sensibilizzare altri Paesi verso la popolazione iraniana”. È anche per questo che domenica 18 gennaio invita a scendere in piazza: per fare pressione pubblica, per tenere acceso il tema quando la rete si spegne e le notizie arrivano a strappi.
Nel suo racconto tornano due spinte che si alimentano a vicenda: repressione e crisi economica. “La gente normale per poter portare avanti una vita normale dovrebbe fare due o tre lavori e non ce la fa ad arrivare alla fine del mese”. Un paradosso, dice, in un Paese “grande cinque volte l’Italia e ricchissimo di risorse petrolifere e altre risorse”.
Il fondamentalismo
Quando il discorso finisce sul fondamentalismo, Kavè non gira intorno alle parole: “Perché quando in questi Paesi si presentano interessi economici, con il nome della religione lo fanno tutto”. E aggiunge: “È una cosa assolutamente superficiale e non ha nessun fondo religioso, solo e esclusivamente interessi”. “È un fondamentalismo che nasconde una contraddizione”, insiste, “dentro ci sono grossi interessi economici da livello internazionale”.
C’è anche una preoccupazione più ampia, geopolitica: “Ci sono due Paesi che aspettano solo un pretesto per fare un’azione militare, cioè gli Stati Uniti e Israele”. E l’auspicio resta quello di un cambiamento che maturi dentro, senza trasformare l’Iran nell’ennesimo campo di gioco per interessi esterni: “Spero che questo movimento vada da solo e riprenda una piega all’interno”.
La manifestazione di domenica nasce da qui: una pressione civile, una frase semplice da ripetere finché serve. “Diamo solo per assicurare che non sono soli”, dice, “ma c’è qualcuno che li appoggia anche dall’estero”.
