La fisarmonica verde
22 Gennaio 2026 Condividi

La fisarmonica verde

A volte lavori col pilota automatico: scrivi cose che quasi non leggi. Le chiudi, le mandi, le archivi come si archivia tutto quando hai la testa piena e l’agenda che ti mangia. E il paradosso è questo: proprio mentre scrivi di cultura, memoria, diritti, finisci per trattarli come “contenuto”, roba da far scorrere. Non dai loro la giusta importanza, non perché non ti importino, ma perché ti ci abitui. Perché il mestiere, se non lo guardi in faccia ogni tanto, diventa una catena di montaggio educata. E a scuola è lo stesso.

Ieri sera, con “La fisarmonica verde”, quel pilota automatico si è spento di colpo.
Satta entra in scena con l’essenziale: una voce che non fa l’attore e proprio per questo ti frega, un pianoforte che accompagna senza lucidare troppo, e pochi oggetti che diventano pesanti come pietre. La storia di suo padre Gavino S., Internato militare italiano, uno di quelli che rifiutano di collaborare e finiscono nella prigionia, non viene “usata” per fare effetto. Ti viene consegnata. Nuda. E ti accorgi che la differenza sta tutta lì: tra il raccontare e il confezionare.

In platea, Teatro dei 99, a un certo punto la frase che Satta riporta di suo figlio Lao si pianta in testa come un chiodo: “Papà (questa cosa dei campi di concentramento), può succedere ancora?”.
E poi, prima di interagire col pubblico, Satta dice: “Siamo pieni di retorica, ma poveri di racconti veri”. È lì che arriva la scossa. Un promemoria che ti dice: guarda meglio. Dai più importanza. Perché può succedere ancora, e non te lo puoi permettere di leggerlo distratto.

👇🏼 Lo spettacolo https://t.ly/yVWGN

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