27 novembre 2009 Condividi

Nell’inferno delle macerie

di Fabio Iuliano

Nel cuore del problema delle macerie. Nella vecchia cava della Teges, a Paganica, dove trenta persone si occupano del lavoro di smistamento dei detriti. Dove sarà impossibile continuare a lavorare senza strutture adeguate e di copertura, come sottolineano le forze sindacali e delle Rsu aziendali all’Asm, l’azienda municipalizzata dei rifiuti solidi urbani, più volte chiamata in causa in questi giorni a causa delle difficili condizioni di lavoro nel sito. «Abbiamo sempre rispettato le normative di sicurezza», replicano i responsabili operativi aziendali.
«GIRONI DANTESCHI». Quando i primi veicoli raggiungono la cava, sulla strada per il maneggio di Paganica, sono da poco passate le 7. I dipendenti che hanno il turno di mattina devono lavorare fino alle 13, nelle ore più calde si lavora meglio, ma appena arrivati alla cava c’è da battere i denti. Ai primi che arrivano spetta il compito di sgomberare i tavoli di lavoro e predisporre le pedane prima delle 8, quando iniziano ad arrivare i camion dell’esercito e dei vigili del fuoco. In una giornata questi camion arrivano a scaricare anche 500 tonnellate di macerie. Per chi li guarda dall’alto, gli operatori appaiono un tutt’uno con le montagne di macerie da smistare. Gli osservatori più maliziosi, col beneplacito delle forze sindacali, descrivono la scena come se parlassero dei gironi descritti dalle terzine dell’Inferno di Dante. «Si lavora per sei ore di fila piegati in due», spiega Elia Serpetti , rappresentante sindacale dell’Ugl «in qualsiasi condizione meteorologica, che sia bel tempo o che piova». E poi c’è la polvere e il fango e i ritmi serrati di lavoro che non lasciano spazio a troppe distrazioni. Non la pensa certo così il responsabile operativo, Primo Cipriani , tra i primi a ribadire che ogni misura di sicurezza è stata rispettata secondo le disposizioni previste dal testo unico 81. SICUREZZA. «Qui non abbiamo segreti», spiega il responsabile indicando un container, «tutti possono vedere come ci siamo attrezzati». Nella prima stanza c?è un?area mista, un piccolo magazzino dove ci sono delle mascherine protettive Ffp3. «Quelle lì non sono per la polvere», sottolinea Cipriani, «servono per scongiurare qualsiasi rischio di intossicazione, tipo da amianto. Anche se», prosegue, «qualsiasi rifiuto pericoloso viene immediatamente isolato dal mucchio attraverso delle transenne». Neanche la polvere costituirebbe un problema per gli operatori. «La polvere si solleva quando i camion stanno scaricando», spiega Cipriani, «ma gli operai sono a debita distanza». Dall’alto non si capisce tanto, ma attraversando la spianata più grande dove si concentrano gli operai appare, invece, evidente che le persone al momento dello scarico sono tenute a distanza. Poi ci sono i guanti in dotazione e gli stivali per la pioggia, oltre agli occhiali e ai caschetti. Gli operai scendono all’interno della cava vestendo una speciale tuta protettiva bianca.   MACERIE. I camion transitano dalle 8 alle 16. A mezzogiorno parte il secondo turno degli operatori che restano a lavoro sino alle 18, quando si chiudono i cancelli. Da una parte arrivano le travi, che vengono lavorate con delle apposite pinze, in modo da separare il cemento dal ferro, dai residui di vetro e dalla plastica. In questi giorni si lavora molto sui palazzi di via Campo di Fossa, su un palazzo in via Francesco Rossi 22, ma anche sulla Casa dello Studente.  «Ci stiamo muovendo sulle aree sottoposte a sequestro», spiega Cipriani associando questo o quel reperto a un palazzo del centro storico. «Qui ci sono anche alcune pietre che arrivano dalla basilica di Collemaggio», prosegue, «il nostro lavoro è anche quello di preservare la memoria di una città che deve in qualche modo tornare a vivere».  Nel dire questo pensa soprattutto ai numerosi effetti personali che spuntano tra un inerte e un altro. Oggetti e documenti che raccontano una storia ormai di altri tempi.   LA MEMORIA. Si torna all’ingresso, dove accanto alla cabina di direzione c’è il container principale. Lì, oltre agli abiti di sicurezza, ci sono degli scompartimenti dove vengono catalogati portafogli, catenine, braccialetti, i-pod, album di fotografie e quant’altro.  Tutta roba che deve, per forza di cose essere maneggiata a mano «Niente armi però, almeno fino ad oggi», dichiara Cipriani rispondendo all’imbeccata di alcuni operai che si erano lamentati persino di doversela vedere con pistole, spade e quant’altro.  «Io credo che chi vuole trovare una scusa per non lavorare, in questo contesto non ha che accomodarsi, tante sono le problematiche. E’ vero, del resto», incalza «che prima del 6 aprile tutti noi avevamo vita più facile. Io personalmente mi occupavo del taglio del verde e andavo tutto il giorno in giro. Ora invece tocca restare qui e lavorare. Ma posso assicurare», sottolinea «che nessuno, a meno che non lo chieda espressamente, lavora in questa cava per una turnazione superiore a quindici giorni».  Mentre parla, Cipriani prende in mano altri oggetti. C’è un portadocumenti completamente grigio, dal quale spunta una carta di identità quasi liquefatta.  Poi un portafogli di una ragazza, con la tessera della biblioteca, l’abbonamento dell’autobus e un foglietto degli orari della palestra. «Che carina questa ragazza», afferma con piglio serio «spero non le sia successo nulla».  Perché chi gestisce il deposito temporaneo delle macerie non può certo conoscere il destino di tutte le persone che abitavano i palazzi distrutti. «Ci limitiamo a provare a risalire all’origine del proprietario, segnalando il tipo di oggetto o documento e le generalità alle forze dell’ordine per permetterne il recupero».  In un angolo spunta persino la targa dell’avvocato Paolo Arquilla che aveva lo studio in via D’Annunzio. Da un fascicolo, invece, esce una pergamena e una tesi di laurea della Facoltà di Lettere e Filosofia, anno accademico 1991-92. Tra i relatori c’è il professor Giuseppe Castorina .  «Per questo il nostro lavoro è fondamentale», commenta Cipriani quasi con gli occhi lucidi «perché attraverso il nostro lavoro duro, umile e non certo entusiasmante, riusciamo a preservare la memoria della nostra città».