Dalle lettere alla realtà virtuale: Sarajevo racconta la sua guerra
Le tracce della guerra passano per la carta, per le immagini, per l’arte, e oggi anche per gli spazi digitali. “Sarajevo, dalla guerra alla pace” riparte da qui per raccontare, a trent’anni dall’assedio, una città che continua a portare addosso i segni di quel conflitto. Il percorso nasce attorno alla necessità di raccontare Sarajevo senza ridurla a un archivio di macerie o a una sequenza di commemorazioni. Dentro si muovono la guerra, certo, ma anche ciò che ha continuato a resistere: le relazioni, i gesti di solidarietà, il lavoro culturale costruito negli anni per opporsi all’oblio.
Una delle linee più forti del progetto nasce da un legame concreto tra Sarajevo e la Puglia costruito durante la guerra. Negli anni dell’assedio, il giornalista Franco Giuliano raccolse le lettere scritte dai bambini bosniaci ai loro coetanei italiani e le pubblicò, dando vita a uno scambio che attraversò l’Adriatico.
Leggi anche: Sarajevo e Mostar, geografie di guerra
Da una parte partivano richieste semplici, affidate alla carta in mezzo al conflitto. Dall’altra arrivavano risposte, doni e segni di vicinanza. È da quel filo umano, prima ancora che storico, che la mostra riparte per ricostruire un racconto più ampio fatto di articoli, fotografie, video-interviste e documenti d’archivio.
In questo quadro entra anche Ars Aevi, uno dei nuclei più significativi dell’intero progetto. La collezione di arte contemporanea nacque durante la guerra come risposta culturale all’assedio, coinvolgendo artisti e istituzioni internazionali in un gesto che aveva insieme un valore artistico e civile.
L’idea era semplice solo in apparenza: mettere insieme opere, relazioni e visioni in una città che stava attraversando la distruzione.
Da quel percorso è cresciuto nel tempo il Museo d’arte contemporanea Ars Aevi, diventato uno dei simboli più forti del legame tra produzione culturale e costruzione della pace. Il nuovo museo è stato progettato da Renzo Piano, che ha legato il proprio nome a uno spazio pensato per dare sede stabile a quella esperienza.
In questo passaggio l’architettura diventa parte della storia: un segno concreto dentro una città che ha dovuto ripensare sé stessa dopo la guerra.
Leggi anche: Safari, l’inchiesta sui “cecchini” di Sarajevo
La mostra si muove anche su un piano digitale. Una parte del progetto è costruita infatti come esperienza immersiva, con una versione virtuale che consente di attraversare documenti, sale e contenuti in un ambiente tridimensionale.
La tecnologia, qui, non serve a fare scena. Serve piuttosto ad allargare l’accesso, a mettere in circolo materiali diversi, a far dialogare memoria e presente senza schiacciare una cosa sull’altra. Il risultato è un lavoro stratificato, in cui la dimensione fisica dell’esposizione si intreccia con quella online.
A distanza di trent’anni, Sarajevo continua a parlare attraverso i suoi vuoti, i suoi segni, le sue ricostruzioni. Le opere di Ars Aevi, le lettere dei bambini, le immagini della città ferita e le testimonianze raccolte negli anni costruiscono un percorso che resta leggibile anche a distanza, senza perdere troppo del suo peso specifico.
Il progetto espositivo lavora su questo margine sottile: dare spazio alla memoria senza irrigidirla, mettere insieme arte e documento senza trasformare tutto in una formula. Alla fine resta soprattutto una domanda aperta su come si racconti una guerra quando il tempo è passato ma le sue tracce sono ancora lì, nei luoghi e nelle vite.
di Fabio Iuliano – fonte: L’Aquila Blog
Foto di copertina: Di Dans – Opera propria, CC BY-SA 4.0
