Il Cristo di Brindisi restaurato torna a muoversi tra le vie del centro
Il cielo smette di pesare sulle pietre, si apre quel tanto che basta. Dopo giorni di pioggia, la città torna a guardare in alto e ritrova la luna. Anche il Venerdì Santo, per un attimo, sembra già voltarsi verso la Pasqua.
Poi alle 20 si scende in strada: dalla basilica di San Bernardino parte la Processione del Venerdì Santo, appuntamento tra i più sentiti della tradizione aquilana. Settant’anni di storia tornano a muoversi lungo un percorso che si ripete e ogni volta cambia passo: piazza San Bernardino, corso Principe Umberto, piazza Palazzo, via Marrelli, piazza Duomo, quindi la risalita su corso Vittorio Emanuele.
Nel corteo sfilano 42 gruppi tra confraternite, associazioni e volontari. Ci sono i simboli della Passione, i gruppi figurativi, il coro diretto da Carlo Mantini. E c’è un passaggio che da anni tiene insieme rito e memoria: il simbolo delle vittime del sisma del 6 aprile 2009, portato nel cuore della processione.
Il Cristo morto torna con un volto ritrovato. Il simulacro realizzato nel 1954 da Remo Brindisi è stato restaurato all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila, in un lavoro seguito dalla docente Grazia De Cesare con la studentessa Irene Conte.
Un intervento nato come tesi di laurea e diventato restituzione concreta alla città. Il restauro è stato reso possibile anche grazie al sostegno di soggetti del territorio, tra cui l’imprenditore Eliseo Iannini, editore di L’Aquila Blog.
Il simulacro rientra così nella processione, affidato alla scorta di Ama, guidata da Augusto Equizi, visibilmente emozionato.
Dentro questo ritorno si inserisce anche una storia che arriva da lontano. Armando Di Rienzo, per la prima volta all’Aquila in presenza, racconta un legame che parte dal 1960: “Mio padre Nunziato, con mio zio Giancarlo e mio nonno Armando, realizzò le aureole dell’Angelo, del Cristo e della Madonna su disegno di Remo Brindisi, con lavorazione artigianale barocco-scannese”.
Dopo il sisma, quelle aureole furono portate a Scanno per il restauro, donato dalla famiglia “in memoria di mio padre e di mio nonno”. Oggi tornano sulle statue: “È un onore montarle in una processione così importante”.
In chiusura, la voce del vescovo riporta tutto all’immagine essenziale: Cristo “con le braccia aperte”, come invito a non chiudersi agli altri. E una frase che resta più delle altre: “La morte non ha l’ultima parola”.
Il corteo rientra. Le strade si svuotano lentamente. Rimane quel movimento breve, ogni anno uguale e ogni anno diverso, che attraversa la città e poi si ferma.
