Sarajevo e Mostar, geografie di guerra: linea di vista, linea di taglio
La prima notte a Sarajevo passa dall’Hotel Story. Una stanza normale – tre stelle spacciate per quattro –luci normali, il genere di normalità che in questa città ha sempre qualcosa di sospetto. Fuori l’aria taglia e la città sembra quieta. Dentro il corpo si abitua in fretta. È quello che sanno fare le città: ti ospitano come se nulla fosse, poi ti consegnano una strada, una collina, una foto scolorita. Pochi metri e qualche bicchiere di rakija più avanti, Sarajevo ti mette una bussola sotto i piedi. Una rosa dei venti incastonata sull’asfalto di Ferhadija, il punto in cui la città mitteleuropea tocca il quartiere antico della Baščaršija. Un passo e cambia il secolo: dietro facciate austro-ungariche, davanti vicoli ottomani, odore di caffè denso. Solo un promemoria: qui le linee di confine passano anche nelle cose quotidiane. Lì vicino, sul Miljacka, c’è anche un ponte che è diventato una nota a piè di pagina della storia europea: quello vicino al quale fu ucciso Franz Ferdinand.
E cambiano anche i suoni. Sulle ore si allargano le campane della Cattedrale del Sacro Cuore, poi arriva il canto dei muezzin dai minareti. A pochi minuti di cammino la città mette in fila anche le altre presenze: la chiesa ortodossa antica, scura e raccolta, e la sinagoga ashkenazita sul fiume. Quattro fedi dentro la stessa passeggiata, quattro modi di chiamare il cielo, come se Sarajevo avesse deciso di tenere tutto insieme anche quando la storia lavorava per separare. E in questa ostinazione urbana entra anche una storia più piccola: l’Inat kuća, la “casetta della discordia”. Alla fine dell’Ottocento, durante i lavori austro-ungarici per costruire il Municipio (Vijećnica), il proprietario di una casa rifiutò di cedere il terreno. Accettò solo a condizioni caparbie: soldi e casa spostata pezzo per pezzo sull’altra riva del fiume, dove oggi è rimasta ed è diventata anche un ristorante.
Sarajevo: la geografia come trappola
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La mattina dopo la città comincia a salire. Dai punti alti, dai bordi della valle. A un certo punto appare chiaro che qui la geografia è un dispositivo: linee di vista, rettilinei lunghi, incroci netti. La città è leggibile. È questo che mette a disagio, perché la leggibilità, in guerra, diventa controllo.
Il nome arriva quasi come una battuta di cattivo gusto: Sniper Alley – Viale dei Cecchini. Lo riconosci dall’apertura, dal modo in cui lo sguardo scorre senza ostacoli. E lo riconosci perché, a guardia del rettilineo, c’è un edificio che Sarajevo non ha mai davvero potuto spostare: l’Hotel Holiday Sarajevo, ex Holiday Inn, piazzato alle porte di quella striscia d’asfalto che per anni ha significato attraversare, correre, esporsi. Il viale, per intenderci, è Zmaja od Bosne, il nome che oggi sta sui cartelli e ieri stava sulle traiettorie.
Vista dall’alto, dal silenzio del cimitero ebraico, Sarajevo smette di essere una città e diventa una carta topografica srotolata sul fondo di un catino. Le strade si offrono come linee, gli incroci come punti fermi. Si capisce cosa significhi “posizione dominante”. Negli anni dell’assedio quella visuale era una risorsa militare. Oggi è un punto immobile, mentre sotto la città prova a vivere. Le lapidi qui stanno a guardia di una valle che la storia ha già trasformato in bersaglio. La guerra, qui, passa attraverso l’ottica. La distanza tra chi scende per comprare il pane e chi, dall’alto, decide la traiettoria. La distanza tra una fermata del tram e l’arbitrio di un dito sul grilletto.
Il safari umano: l’orrore come servizio
C’è un punto in cui il racconto sprofonda e riguarda l’idea stessa di “spettatore”. La magistratura italiana ha riaperto di recente un fascicolo sulle accuse di “sniper tourism”: stranieri che sarebbero arrivati a Sarajevo per pagare e sparare sui civili, come se la guerra potesse diventare una prestazione, con tanto di tariffe per il tipo di bersaglio (e relativa età). È una storia che, se confermata, toglierebbe alla violenza perfino l’alibi della confusione: resterebbero organizzazione, denaro, metodo. La crudeltà trasformata in procedura.

L’archivio delle vite spezzate
In centro, il Museum of Crimes Against Humanity and Genocide è l’opposto di qualsiasi visita leggera. È un luogo che ti cambia la postura. Qui la memoria ha il peso delle cose: fotografie, lettere, occhiali, oggetti personali rimasti senza proprietario. La parola “genocidio” perde la distanza dei documenti e torna a essere ciò che descrive: volti, nomi, prove, assenze.
Uscendo, l’aria sembra diversa. Perché le guerre finiscono nei trattati, ma restano nella vita quotidiana: si impigliano nei mobili, sopravvivono nelle crepe dei muri, ritornano nei silenzi delle cucine.
Musica davanti alle rovine
Davanti alla Vijećnica, il Municipio austro-ungarico diventato poi Biblioteca nazionale, la guerra qui ha lasciato un segno preciso: ha bruciato anche gli archivi. Nell’agosto 1992 l’edificio viene colpito e va in fiamme, con libri e fondi ridotti in cenere. In quel vuoto resta l’immagine di Vedran Smailović, il “Cellista di Sarajevo”, che suona davanti alle rovine: un gesto minimo e ostinato. Ma d’altra parte, come ha scritto Paolo Rumiz in Maschere per un massacro, è qualcosa dettato da questa testarda urbanità che sopravviveva “agli inverni, ai cannoni, alle restrizioni alimentari, all’assenza di luce, acqua e gas”. Anni dopo, quella stessa Sarajevo è finita anche in una canzone: “Miss Sarajevo”, scritta da U2 e Brian Eno e registrata con la partecipazione straordinaria di Luciano Pavarotti a partire dal concorso di bellezza organizzato durante l’assedio, un altro modo assurdo e umano di dire “siamo ancora qui”. E ci sono pezzi di città che, anche solo a nominarli, fanno capire cosa significhi “reggere”: il birrificio, la sua storia, e quel che ha rappresentato quando la normalità era diventata un lusso.
Trebević: l’Olimpiade tradita
Poi si sale sul Trebević, e il paesaggio racconta un rovesciamento. Nel 1984 questa montagna era neve, bandiere, velocità, orgoglio jugoslavo. Negli anni dell’assedio è diventata parte della geografia del fronte. La pista di bob e slittino, quel serpente di cemento costruito per lo sport, ha cambiato significato: altezza, riparo, visuale.
Oggi quella pista è un rudere bucato e graffiato, coperto di graffiti. Una galleria a cielo aperto dove il bosco prova a riprendersi il cemento. Un luogo che porta addosso due memorie incompatibili e non ne sceglie una.






Sarajevo che ricuce: i ramai e il metallo che cambia destino
Dentro la stessa città esiste anche un gesto opposto, più lento e ostinato. I maestri ramai prendono quello che la guerra ha lasciato come residuo: bossoli, frammenti, metallo. Lo scaldano, lo battono, lo piegano. Lo trasformano in oggetti, in piccole opere. Il metallo conserva la memoria della violenza, ma cambia funzione. Diventa qualcosa che si può tenere in mano senza farsi male.
La guerra produce rottami. Una comunità, quando regge, prova a produrre trasformazioni.
Mostar: l’architettura della divisione
Mostar racconta un’altra grammatica: quella del taglio. Qui la guerra ha separato quartieri, abitudini, convivenze. Anche adesso, quando il pomeriggio sembra fermo, si sente che certi confini sono tracciati nelle teste prima ancora che sull’asfalto.
E poi lo Stari Most. Il 9 novembre 1993 il ponte crolla nella Neretva. Non cadono solo pietre: crolla l’idea dell’attraversamento come gesto naturale. Il ponte ricostruito oggi è una cucitura chiara. Ogni cucitura racconta la ferita che l’ha resa necessaria. La pietra torna al suo posto, l’acqua conserva il tonfo.
“Il mio migliore amico”
In mezzo a tutto questo c’è la voce della guida bosniaca. Tira fuori una foto di quei giorni: lui giovane, magro, accanto un fucile. “È stato il mio migliore amico per 272 giorni”. Nessuna retorica: solo la precisione della sopravvivenza. Il tempo diventa una conta di giorni in cui sei rimasto vivo. La fiducia si sposta sugli oggetti, perché gli oggetti almeno non tradiscono per convenienza.



Epilogo: la fabbrica dell’odio e il rischio che ritorni
Ed è qui che torna la domanda di Rumiz: “Come è stato possibile inventare una guerra tra Bologna e Napoli?”. La domanda riguarda l’Europa intera. L’odio non arriva per fatalità. Viene preparato, alimentato, distribuito. Propaganda, media, apparati, armi: una costruzione paziente, tecnica, interessata.
Quella guerra oggi parla soprattutto di velocità. I veleni hanno strumenti più rapidi, più capillari. Le identità diventano etichette, le persone categorie, la paura un’abitudine. Il meccanismo resta riconoscibile: disumanizzare, isolare, colpire.
Sarajevo e Mostar restano lì come sentinelle. Una curva di cemento sul Trebević che scompare tra gli alberi. Un ponte ricucito sopra un fiume verde. Un museo dove gli oggetti hanno un peso che non si riesce a lasciare all’ingresso. E un banco di rame dove un bossolo cambia destino. La pace, qui, è un lavoro quotidiano, fragile. Appena si smette di farlo, qualcuno è pronto a riaccendere la macchina.
di Fabio Iuliano – fonte: L’Aquila Blog












