Oceans: racconto tra musica, serendipity e saudade
23 Settembre 2019 Condividi

Oceans: racconto tra musica, serendipity e saudade

A volte, quando sei in giro, hai la tentazione di voler tirare avanti per un po’ col pilota automatico senza lasciarti coinvolgere più di tanto, quasi a voler anticipare mentalmente la rotta verso casa e skippare alla serata successiva, come si fa con le canzoni in una playlist di Spotify. Succede, però, che l’algoritmo ti mandi nelle orecchie qualcosa che non ti aspetti, a ricordarti che non hai mai voluto pagare l’abbonamento Premium e che, quindi, non sei mai veramente tu a decidere il brano successivo. Una sera a Lisbona, dove si trova da poco per un progetto di ricerca, Alex deve fare i conti con quell’algoritmo: un’onda lo strappa da ricordi in cui si è rifugiato, appoggiato al bancone di un locale del Bairro Alto. Le onde, del resto, sanno sempre dove sei e sanno venirti a prendere. Un racconto che sa di saudade e serendipity…

ESTRATTO: «Esta é uma história de amor e saudade», dice la sconosciuta seduta verso il mare quando è sicura che lui possa sentire. E la cosa strana è che parla come se desse per scontato quell’incontro: come se l’orizzonte degli eventi che hanno condotto Alex, in quel punto di continente e in quel preciso momento, avesse in qualche modo avuto origine da qualcosa di più significativo di un tablet fottuto da una troietta in un locale del Bairro Alto. Strana cosa che è la serendipity.

La donna parla di un concerto che ha visto a Barcellona e di una canzone in particolare: Oceans. La preferita di Israel Barrales, un fan messicano che avrebbe dovuto festeggiare il suo compleanno proprio sotto al palco dei Pearl Jam, ma che purtroppo è scomparso poco prima per le complicazioni di un intervento al cuore. Avrebbe attraversato l’Atlantico per trovarsi sotto quel palco, sperando di ascoltare quella canzone.

“Ogni concerto è diverso, chissà che non suonino Oceans proprio stavolta”, si era detto Israel nel prendere il biglietto. Non aveva mai sentito quella canzone dal vivo. Ma è solo diventando cenere che la sua canzone preferita è entrata in scaletta, trascinata dal ricordo di quelli che sarebbero stati i suoi compagni di viaggio, prima. Poi, da tanti amici che non lo conosceranno mai.

Un’energia talmente forte che è entrata nelle vibrazioni della band per una versione acustica mozzafiato, accompagnata dall’intero palasport illuminato dalle torce degli smartphone. Alex ascolta la donna in silenzio e richiama alla mente le parole della canzone. “Hold on to the thread. The currents will shift – Resisti e reggiti alla fune. Le correnti cambieranno, spingendomi verso di te. So che qualcosa è rimasto. E che a noi è concesso di sognare la prossima volta che ci toccheremo. Non bisogna andare a largo, due oceani più in là. Le onde si agitano tra i miei pensieri. Tieni stretto il salvagente. Anche quando la marea si alza, ti prego resta a riva. Sarò lì ancora una volta”.

Parole che si sollevano, si infrangono e si ritirano, come in risacca, per poi incominciare a sollevarsi di nuovo. Alex ricorda di aver assistito anche lui ai Pearl Jam tempo fa. Tra una canzone e l’altra, a Trieste era rimbalzato un messaggio che non dimenticherà facilmente: “Non mollate”, aveva detto Eddie Vedder, il frontman. “Rivolgetevi a qualcuno, alla musica, a qualcosa privo di dolore, all’oceano, alla luna, al cielo…”

In cielo, una luna ormai timida che scompare poco a poco, mentre la donna si allontana, camminando a piedi nudi sulla battigia. «Hey, wait», prova a dire Alex affascinato da quella pelle e quel racconto in cui, nelle ferite del cuore di Israel, ha riconosciuto i propri graffi sull’anima. Ma lei è già altrove.

Un’energia talmente forte che è entrata nelle vibrazioni della band per una versione acustica mozzafiato, accompagnata dall’intero palasport illuminato dalle torce degli smartphone. Alex ascolta la donna in silenzio e

richiama alla mente le parole della canzone. “Hold on to the thread. The currents will shift – Resisti e reggiti alla fune. Le correnti cambieranno, spingendomi verso di te. So che qualcosa è rimasto. E che a noi è concesso di sognare la prossima volta che ci toccheremo. Non bisogna andare a largo, due oceani più in là. Le onde si agitano tra i miei pensieri. Tieni stretto il salvagente. Anche quando la marea si alza, ti prego resta a riva. Sarò lì ancora una volta”.

Parole che si sollevano, si infrangono e si ritirano, come in risacca, per poi incominciare a sollevarsi di nuovo. Alex ricorda di aver assistito anche lui ai Pearl Jam tempo fa. Tra una canzone e l’altra, a Trieste era rimbalzato un messaggio che non dimenticherà facilmente: “Non mollate”, aveva detto Eddie Vedder, il frontman. “Rivolgetevi a qualcuno, alla musica, a qualcosa privo di dolore, all’oceano, alla luna, al cielo…”

In cielo, una luna ormai timida che scompare poco a poco, mentre la donna si allontana, camminando a piedi nudi sulla battigia. «Hey, wait», prova a dire Alex affascinato da quella pelle e quel racconto in cui, nelle ferite del cuore di Israel, ha riconosciuto i propri graffi sull’anima. Ma lei è già altrove.

(da Oceans di Fabio Iuliano e Debora Vesce – illustrazioni di Romolo Buldrini)