Roberto Andò: il mio cinema nasce coi maestri Rosi e Fellini
14 Febbraio 2019 Condividi

Roberto Andò: il mio cinema nasce coi maestri Rosi e Fellini

Quanti cinema ci sono all’Aquila?», neanche il tempo di entrare al Palazzetto dei Nobili, come ospite del ciclo di incontri “Dialoghi sul cinema” del Festival dei festival, che Roberto Andò spiazza i suoi interlocutori con una domanda che, involontariamente, costringe a una presa di coscienza.

Scrittore, regista di cinema e teatro, documentarista, Andò ha incontrato il pubblico dell’Aquila Film Festival in un confronto sui suoi lavori, così come sulle prospettive di sviluppo socio-culturale di una città che, tra tante difficoltà, ospita una sede del Centro sperimentale di cinematografia, ma in cui il rapporto con il cinema d’autore è ancora fin troppo vincolato da logiche di distribuzione. Proprio la due giorni di retrospettiva dedicata al regista palermitano ha rappresentato un’occasione per rivedere sul grande schermo film di rilievo, come Viva la libertà, lavoro tratto dal romanzo “Il trono vuoto” (Bompiani), sempre a firma di Andò. E poi Le confessioni, per finire con Una storia senza nome, un film che gioca con le dinamiche dell’industria cinematografica e con la criminalità organizzata.

Il regista, ieri all’Aquila, è stato a colloquio con il professor Massimo Fusillo, responsabile delle attività culturali dell’università dell’Aquila e docente di Letterature comparate e Critica letteraria.  A lui ha regalato una serie di libri che ripercorrono la sua carriera, anche come autore di documentari, come Diario senza date in cui, ad esempio, il regista si scopre a osservare da vicino la realtà metropolitana cercando di capire come appare agli occhi di un forestiero. Attorno a lui, intorno a personaggi reali, se ne accostano altri apparenti alla finzione e si snodano le loro piccole storie: un romanziere intento a scrivere il suo diario, una ragazza sensuale, un giovane attore e un ladruncolo.

Proprio nel rapporto tra reale e immaginario si snoda la sua produzione letteraria e cinematografica. Cosa resta dei suoi esordi al seguito di Francesco Rosi e Federico Fellini? 
Sono due le persone che hanno contato nella mia formazione, il primo è Francesco Rosi con cui ho cominciato a fare l’assistente volontario, prima e poi l’assistente tout court. E poi c’è Fellini, con quei set inondati di musica: era emozionante sentir partire dal silenzio il playback su cui girava, con opere di autori classici. Nel mio Viva la libertà c’è un omaggio a E la nave va, il film con cui ho esordito, al suo fianco. Due grandi registi, due modi di fare il cinema in qualche modo antitetici. Credo che nelle cose che faccio ci siano entrambi. Nel senso che Rosi mi ha abituato a dare un accenno di verità a quello che si ha davanti alla macchina da presa, sempre e comunque. Qualunque sia la finzione che stai maneggiando. Fellini, invece, è il grande genio dell’ipotetico: il regista che più ha determinato quella che io definisco la chiave romanzesca del cinema. Una narrazione che punta l’accento più su quello che potrebbe accadere che su quello che è accaduto.

Può il cinema di Fellini aiutarci, anche attraverso la dimensione onirica, a interpretare la realtà? 
Quello che può fare il cinema è creare un ponte tra l’immaginazione e la realtà. Parliamo di una delle potenzialità del grande schermo e Fellini ha saputo mostrarlo in una maniera strepitosa. Appare chiaro che qualche aspetto dell’immaginazione può avere anche un segno politico. Questo, per esempio, Fellini lo aveva ma in un altro modo per esempio in Prova d’orchestra ma in altre opere è molto più importante il filtro autobiografico. Ecco, invece, in alcuni dei miei film ho cercato di far diventare l’immaginazione un ponte con una realtà che è diventata difficile da decifrare.

Il rapporto con Rosi passa anche attraverso il documentario?
Fu lui stesso a chiedermi di realizzare un film per raccontare la sua opera cinematografica per conto del Centro sperimentale. Un film di gratitudine, regista che da uomo del sud che mi ha dato anche molti aspetti modo di raccontare il sud. Il cinema è un’industria dalle tante dinamiche che possono portarti a fare dei film che non sono nelle tue corde. Tuttavia, nel caso di Rosi c’è una coerenza incredibile, non esiste credo un film che non gli appartenga e che non metta avanti la sua voglia di raccontare il rapporto tra il cittadino e il potere.

di Fabio Iuliano – fonte: il Centro